Rivista > 1-2012
LA VIOLENZA DELLA NATURA VIOLENTATA
“Secondo Legambiente ben 5.581 comuni italiani sono a rischio idrogeologico, ossia il 70% del totale: di questi 1.700 sono a rischio frana, 1.285 a rischio alluvione e 2.596 a rischio sia di frana che di alluvione!”
- di Giuseppe Vecchio -
Evento eccezionale o responsabilità dell’uomo che ha devastato il territorio, sul quale infinite generazioni hanno lasciato la loro impronta storica? E anche nel caso di evento eccezionale, ciò è da imputare all’imprevedibile corso della natura o ai cambiamenti climatici causati dall’uomo? Siamo al solito discorso del cane che si morde la coda ed ogni anno periodicamente bisogna fare i conti con gli ennesimi disastri naturali che colpiscono il nostro paese, in particolare all’arrivo delle prime piogge autunnali. Le recenti alluvioni in Liguria, ma anche a Barcellona P. G. in Sicilia, per non parlare dei danni causati dai tanti nubifragi che sino ad ora si sono abbattuti lungo la penisola, sono gli ultimi di una lista che si fa sempre più fitta con il passare degli anni. Da pochi giorni si è conclusa l’ennesima conferenza sul clima a Durban in Sudafrica al termine della quale i paesi più industrializzati del mondo hanno preso l’impegno di ridurre le emissioni inquinanti dal 2020. Forse tra otto anni si parlerà di un problema che per ora non esiste? I cambiamenti climatici non sono già in atto o quanto sta accadendo è solo il ciclico ripetersi di fenomeni naturali? C’è chi afferma che da troppo poco tempo i fenomeni naturali vengono catalogati e studiati, per cui non possediamo sufficienti dati scientifici e statistici, per poter dire che siamo di fronte ad un effettivi cambiamento climatico causato dall’uomo: certo vien da chiedersi sino a quando bisogna aspettare per cominciare a preoccuparsi ed assumerci le proprie responsabilità. Del resto non bisogna negare che la situazione complessiva si è fatta alquanto complicata e così pure trovare delle risposte adeguate al problema. Se volessimo addebitare tale situazione alla cementificazione del territorio nazionale, si dovrebbe cominciare ad abbattere in via preventiva una serie non indifferente di strade e costruzioni, realizzate in punti critici: dopo che tali costruzioni hanno richiesto un investimento non indifferente per la loro realizzazione, per non parlare delle somme spese nei vari condoni edilizi degli ultimi anni, appare improbabile che qualcuno voglia mettere mano alle ruspe per abbattere delle opere regolarmente registrate. Mettere in sicurezza il territorio significa intraprendere degli investimenti di notevole entità che richiedono interventi decisi ed accurati e, con l’impellente crisi finanziaria, sembra sempre più difficile sperare in ciò: non ci sono i fondi per tappare le buche nelle strade, figuriamoci se si trovano per evitare che le montagne franino. Si potrebbe pensare che per evitare tali eventi, bisogna ridurre l’inquinamento atmosferico, in particolare le emissioni di anidride carbonica, ma attualmente l’inquinamento atmosferico sta aumentando del 5% all’anno e nazioni industrializzate come la Cina e l’India non ne vogliono sapere di limitare le loro attività industriali che sono la causa del loro intenso, attuale sviluppo economico. Altri paesi, come gli Stati Uniti, non ne vogliono neppure sentire parlare di ridurre l’inquinamento, per non mettere in gioco ben altri interessi economici. Quindi, cosa resta da fare? Domanda destinata a rimanere senza risposta, come ciascuno può ben immaginare. Per ora purtroppo pare che bisogna solo affidarsi alla sorte e sperare che non capiti proprio a noi, nell’attesa che la coscienza collettiva sia abbastanza matura per prendere consapevolezza della necessità di un cambiamento radicale del nostro atteggiamento verso il mondo che ci ospita.
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