APPUNTAMENTO AL CINEMA: “UNA VITA”

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Recensioni/ Eventi: Una vita

A cura di Vittorio De Agrò

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Il biglietto d’acquistare per “Una vita” è: Neanche Regalato (Con Riserva)
“Una vita” è un film del 2016 diretto da Stéphane Brizé, scritto da Stéphane Brizé, Florence Vignon, con : Judith Chemla, Jean-Pierre Darroussin, Swann Arlaud, Yolande Moreau, Olivier Perrier, Clotilde Hesme, Alain Beigel, Finnegan Oldfield.
“Une vie” di Stephane Brizè è stato presentato nella sezione ufficiale all’ultima edizione della Mostra cinematografica di Venezia, ma dal sottoscritto completamente ignorato durante la mia permanenza al Festival.
E dopo averlo recuperato oggi nell’anteprima stampa, comprendo il perché di questa dimenticanza festivaliera.
Mi ero già imbattuto nella filmografia di Brizè, quando un anno fa da spettatore pagante ho dovuto subire la visione della sua “La Legge del Mercato” con protagonista Vincent London, vincitore della Palma d’Oro come migliore attore a Cannes 2015.
Una proiezione che ben presto si tramutò per il pubblico esasperato e annoiato in una fuga disperata dalla sala
Spero ovviamente di sbagliarmi, non volendo fare il “gufo” nei confronti della distribuzione italiana Academy Two, ma ho il timore che “Une Vie” possa scatenare la medesima reazione in quei spettatori che decideranno di dare nuovamente fiducia a Stephane Brizè, magari rassicurati dal fatto che il film abbia ottenuto il prestigioso premio “Fipresci” dalla stampa internazionale a Venezia.
Tratto dal primo romanzo di Guy de Maupassant, Una vita, Une Vie segue le vicende di una giovane aristocratica di nome Jeanne, nell’intero arco della sua esistenza. Appena uscita da un collegio religioso della Normandia nel 1819, Jeanne (Judith Chemla) riempie le sue giornate di sogni adolescenziali e innocue fantasie sul futuro, alimentando un’indole di per sé infantile e una visione del mondo pura e innocente. Più tardi, anche quello sbocciato come fragile amore platonico per l’affascinante Julien de Lamare (Swann Arlaud), visconte locale e abbiente proprietario terriero, si trasforma in una concreta promessa di matrimonio. Ma l’infedeltà incallita dell’uomo, e i modi gretti e meschini che rivolge alla moglie, condannano Jeanne a una realtà di miseria e infelicità, lontana dalle aspettative maturate durante la giovinezza normanna e con l’unica consolazione della compagnia del cagionevole figlio Paul a lenire la sofferenza delle giornate. Il rampollo di casa Lamare cresce circondato dalle attenzioni della madre finché, conosciuta l’indipendenza del collegio, si lascia corrompere anche lui come il padre dalle tentazioni di una vita dissoluta, segnata da debiti di gioco e amori occasionali. Più interessato al denaro che ai rapporti affettivi, è l’ennesima delusione in una vita funestata dal dolore. Eppure, il temperamento spensierato di un tempo sembra essere ancora sepolto sotto la fredda disillusione degli anni, pronto a venir fuori al minimo accenno di gioia.
Lo spettatore assiste all’infelice esistenza di Jeanne, scandita da continue delusioni e tradimenti, nonostante la donna prima al marito e poi al figlio, doni tutta sé stessa, dal punto di visto emotivo, affettivo e infine economico fino a ridursi in estrema povertà.
La scelta drammaturgica e poi registica voluta da Brizè di raccontare queste affannosa ed angosciante vita con la prospettiva della protagonista, diversamente dal romanzo, si rivela poco felice per riuscire a conquistare l’attenzione ed interesse dello spettatore, semmai costringendolo a due ore di film scandite da un ritmo statico o quasi assente, avendo più un respiro teatrale che cinematografico.

Scattano solamente in parte l’empatia e il coinvolgimento tra lo spettatore e il personaggio di Jeanne, sebbene sia interpreta con passione ed intensità da Judith Chemla, ma senza quel quid necessario a bucare lo schermo.

Il finale agrodolce concede allo spettatore un sospiro di sollievo dopo due ore di continue negatività, dandogli la conferma che la vita può anche regalarti delle belle ed inaspettate gioie.