INTERVISTA A LUCA LOMBARDO : LA (MIA) PIOGGIA, UNA LEZIONE DI ASSOLUTA NECESSITA’

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ARTE

A cura di Laura Rapicavoli

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In questi giorni, fino al 7 luglio, è possibile visitare la mostra dal titolo “PIOGGIA” dell’artista catanese Luca Lombardo, presso la OZ GALLERIA D’ARTE, a Nicolosi (CT) https://www.facebook.com/ozgalleriadarte/ (della quale lo stesso Lombardo è Art Director da l 2015) Da subito colpisce la sua pittura, una pittura frammentata e insulare, che, si potrebbe dire, è esplicita manifestazione del rapporto di idee e sentimenti con una dimensione periferica che non permette loro di affermarsi o contraddirsi. La metafora articolata di un conflitto in stallo dove la proporzione tra pittura e spazio grezzo pare fermarsi in un teatrale equilibrio tra minaccia e reazione. E dunque, si direbbe un progetto già implicito nel suo statuto creativo basato sull’idea di creazione, frattura e ricomposizione. Una ricerca, quella di Lombardo, sempre orientata alla sperimentazione, che definisce un rapporto con la realtà che non si conclude nella rappresentazione, ma si addentra in una sorta di introspezione.

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-Luca, la tua è pittura introspettiva “un racconto sulla nostalgia e la memoria, dove la contrapposizione di orgoglio e diffidenza porta ogni composizione ad oscillare tra claustrofobia e amore per il riparo dell’intimità” E quindi, riferendoci a questo tuo progetto, da cosa, da quale ispirazione, idea, sentire nasce il progetto “PIOGGIA” e come sei arrivato ad esso?
La pioggia c’è sempre stata nel mio racconto, che, per quanto astratto non ha mai perso il contatto con la realtà circostante, che ho sempre osservato con attenzione come primo riferimento utile per fare arte. I miei lavori sono sempre stati paesaggi e nella convinzione che, passando attraverso la metafora delle immagini, la dimensione fisica diventi una manifestazione emotiva pura, non è mai mancato al loro interno un elemento perturbante che rappresenti l’imprevedibilità della vita a cui è impossibile sottrarsi. Così la pioggia credo abbia sempre avuto questo peso nel mio lavoro, essendo capace di imporre una svolta ad una trama altrimenti prevedibile. Accarezzando rassicurante o corrodendo implacabilmente, è un conflitto, un dubbio, che pulisce dall’inessenziale e suggerisce una riflessione e una rielaborazione del nostro orizzonte sia geografico che emotivo. Così nel corso dell’ultimo anno ho cercato di declinare la pioggia come un elemento caratterizzante.

Rain - Fucking Monet 70x50

Rain -Stop lights
-“Racconti” della pioggia e del filo spinato. Spiegaci meglio
Il progetto di “Pioggia” è nato riflettendo sulla quotidianità. Viviamo ossessionati dall’idea di affermazione individuale, cerchiamo spazio e consapevolezza anche a spese di chi abbiamo vicino e nel farlo siamo aggressivi e circospetti, tirando su muri armati con chilometri di filo spinato. Ma se la dittatura delle possibilità prevale, è anche vero che esistono lezioni di assoluta necessità e la pioggia è una delle più evidenti. Perché cadendo per gravità su tutto, senza eccezioni, diventa un elemento universale, comune e il peso di questo ritmo antico e immodificabile insegna quanto una condivisione sia possibile aldilà dell’ostinazione e delle sofisticazioni. La serie di lavori in mostra sono un tentativo di trasposizione di questo contrasto.

Rain - Before gravity 30x30
-Perchè la scelta di una tecnica mista, così particolare?
La tecnica usata è una rielaborazione del collage. Una tecnica mista dove la pittura , informale, stratificata e istintiva, è solo una fase preliminare di un progetto più complesso, una sorta di elemento semi-lavorato indipendente dal suo utilizzo in un’opera specifica e solo occasionalmente selezionato, strappato e ricomposto nel tentativo di raccontare una storia. Una scelta ai limiti dell’autolesionismo, dove si distrugge il proprio lavoro confidando nella possibilità di poterlo affinare sulla scorta di un’idea più chiara. Un carnevale di frammenti di carta dipinta, che permette di esplorare sia l’impulso creativo frenetico, che la possibilità di cercare un ordine. Questo rende la lavorazione lenta e complessa, ma anche risolutoria, una sorta di colorata seduta psicoanalitica sul ruolo e la collocazione esatta dei propri pensieri.
-Il nero è un colore sempre presente nelle tue opere, c’è un motivo tecnico, artistico, casuale… perchè?
Il nero è il ritmo che spezza un’armonia affollata. Perché se i colori gareggiano tra di loro con una carica di aggressività fortissima, producendo una trama emotiva frammentata e contrastante, il nero crea una sovrascrittura netta che si impone e segna un percorso di lettura della composizione chiaro ed evidente, aldilà della suggestione del contesto. Per questa ragione è un elemento comune importante, per questa ragione le piogge sono sempre nere e inevitabili.
-Tu dici “La mia riflessione non si misura con principi universali o leggi morali, ma cerca di attenzionare piccoli dettagli quotidiani, prosaici o emotivi.” Spiegaci meglio.
Tradizionalmente per l’immaginario comune l’artista è qualcuno che vive uno stato di grazia tecnico e intellettivo, un trasalimento che lo fa diventare lo strumento di propagazione di concetti come bellezza e armonia. Eserciti di professionisti dell’ispirazione hanno sempre difeso la distanza “sacrale” tra il loro lavoro e il pubblico, nel tentativo malevolo di ottenere credito come portatori sani di qualità immateriali, misteriose e carissime per un pubblico di “pellegrini ignoranti”. Eppure settanta anni di avanguardie ci hanno insegnato come sia una precisa responsabilità dell’Arte non solo il racconto del suo tempo, ma definire il suo ruolo concreto nella crescita consapevole di chi la osserva. La mia produzione parte da qui, dal non poter considerare il mio lavoro una manifestazione morale, una lezione che spieghi attraverso concetti mitologici ed edulcorati cosa pensare a chi mi guarda. Il mio è un racconto aperto dove il linguaggio pittorico è un indizio delle mie intenzioni in un processo di comunicazione che si chiude solo quando lo spettatore interpreta il suo vissuto, dopo averlo ritrovato diverso tra le righe dei miei “piccoli dettagli quotidiani, prosaici e emotivi”.
-Si dice che l’artista si racconti, addirittura confessi quando crea. Quanto ritieni vero questo e se tu lo vivi, sei d’accordo?
L’artista racconta se stesso sempre, il suo è un gioco di personalità prima di tutto. Tuttavia non credo si tratti di una confessione, perché, se fosse così, ciò implicherebbe un’aspettativa di comprensione rivolta verso l’esterno che ho già detto non credo sia più necessaria. Al contrario chi fa Arte si dovrebbe sempre muovere nel tentativo di essere onesto con le sue intenzioni nella speranza che queste non si risolvano in uno sforzo autoreferenziale. Nel mio lavoro c’è moltissimo di quello che sono, è un percorso di nostalgia e memoria, dove si legge chiaramente il conflitto tra istinto e razionalità, l’idea di incomunicabilità e la mia consapevolezza introspettiva.
-C’è, ci sono chiavi di lettura per interpretare la tua arte e se sì quale, quali?
Per quanto mi riguarda la sola cosa da fare di fronte ad un’opera d’Arte è smettere di cercare una risposta al perché l’autore abbia fatto determinate scelte e cominciare a farsi delle domande su cosa possa cambiare della nostra prospettiva alla luce dello scombussolamento emotivo di un linguaggio non letterale. Solo ottenuto un chiarimento personale si può affrontare il lavoro dell’artista approfondendolo scientificamente. Nel caso della mia Pittura suggerirei di osservarla senza sospetto e dialogare liberamente con i miei riferimenti usando quanto è riuscita a evocare della storia personale dello spettatore.
-Quale la tua concezione dell’Arte ad oggi e che rapporto hai con essa in generale?
Mi spiego con una metafora: l’Arte, per me, è come un prisma ottico che colpito dalla luce bianca, la rifrange in uno spettro cromatico. Così quello che tutti percepiscono come dotato di una sola caratteristica improvvisamente si rivela complesso, mettendo in crisi l’interpretazione più comune. Alla stessa maniera l’Arte contemporanea prende porzioni della realtà e le filtra, evidenziando come l’idea prevalente sulle cose non sia sempre la sola possibile. Un paesaggio astratto isola le tensioni emotive sommerse nella prevedibilità di una sua lettura descrittiva e le restituisce esattamente come le frequenze di un prisma. Il risultato è che anche la nostra quotidianità sia sfaccettata di quanto siamo disposti a credere e che ognuno può sempre scegliere personalmente dopo la dispersione realizzata attraverso l’opera. Questo perché il processo artistico si chiude nel momento in cui lo spettatore trova un ruolo al suo interno, entrando in connessione diretta e dando un senso concreto al lavoro dell’autore.
-Cosa pensi della situazione attuale in Sicilia e in Italia in genere in cui vessa l’arte pittorica/visiva nel tuo caso, e l’arte in genere?
E’ una domanda complessa, a cui è difficile rispondere visto quanto sia variabile e sfaccettata la realtà della produzione artistica contemporanea e come ogni area geografica abbia una connotazione specifica. Ma voglio parlare della mia città. Catania è una città incredibile, ricca di un’energia espressiva in continua evoluzione: dall’Accademia alla street art, passando per le Gallerie e gli spazi di aggregazione culturale, il potenziale artistico cittadino è diversificato e vitale. Eppure esiste una frattura netta tra i diversi “poli di sviluppo culturale”, una sorta di reciproca supponenza, una rivalità, fatta di orgoglio e interessi contrastanti. Questo danneggia la dimensione di insieme senza concedere lo spazio di riflettere sulla possibilità di un confronto reciproco e il risultato è una frammentazione che rallenta una crescita solidale e sinergica di un “sistema”. La speranza per il futuro prossimo dell’Arte a Catania è quella di definire obiettivi e piani di lavoro legati all’identità attuale del territorio e soprattutto, di facilitare la possibilità di libero accesso da parte di pubblico sempre più distratto da questa confusione.
-Il primo suggerimento che ti viene in mente per chi vuole avvicinarsi all’arte pittorica-visiva?
Il solo modo di capire e crescere è confrontarsi. Visitate le esposizioni, non abbiate paura di entrare nelle Gallerie o pudore di fare una domanda e soprattutto non fermatevi mai ad un solo tipo di Arte. La cosa più avvilente che si possa dire parlando con un artista è “io non ne capisco nulla”, perché sarebbe una chiusura preventiva per un lavoro che è condivisione prima che comprensione. Serve coraggio, ma sono occasioni preziose per misurare lo stato di reattività della nostra immaginazione, che è la prima “arma” per rivoluzionare la realtà che conosciamo.
-Altri progetti in essere o futuri?
Credo la prossima fase sarà di osservazione e studio, voglio cercare un riferimento che dia un senso concreto ai prossimi lavori, per renderli “onesti” e poterli presentare alle stesse condizioni di comprensibilità e condivisione emotiva di quelli in mostra. Sperimentare e reiventarsi, ma ancora è presto per dirlo.

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