IL ROMANZO “PRIGIONIERA” ED IL TEMA DELLA VIOLENZA DI GENERE

Recensioni ed Eventi – Nuove Edizioni Bohémien- Lo Speciale di Dicembre 2013

A cura di Orazio Giovanni Vecchio

presentazione 4Nel romanzo “Prigioniera”, Maria Cristina Torrisi ci riporta nel passato, precisamente a cavallo tra il 1899 e i primi anni del 1900, per parlarci di un tema di profonda attualità come la violenza sulle donne. Più psicologica che fisica, tanto che la stessa autrice definisce il suo libro un “thriller psicologico”.  Si deve leggere fermandosi di tanto in tanto, perché ci si immedesima talmente tanto nella protagonista che quasi si tocca con mano la stessa angoscia e la stessa paura. L’argomento trattato nel romanzo è, difatti, un tema forte, purtroppo ancora attuale: riguarda l’annientamento della personalità femminile attraverso la soggezione fisica e psicologica.

Il tema della violenza psicologica e della manipolazione mentale, che spesso la precede, costituisce un importante argomento di riflessione a causa della cifra oscura che caratterizza questo reato.

La donna, vittima predestinata da tempo immemore, ha imparato, difatti, a riconoscere come sbagliata, nel tempo, quella che è la violenza fisica ma tende ancora ad accettare quella forma più subdola e sottile di abuso, che il più delle volte avviene sotto le mura domestiche e che prende il nome, appunto, di violenza psicologica. Essa consiste fondamentalmente nell’umiliazione e deprezzamento della vittima, che attraverso l’uso, da parte del carnefice, di azioni manipolatorie finalizzate a farle gradualmente perdere fiducia in se stessa si ritrova svilita, smarrita e priva di punti di riferimento.

animaSi tratta di un omicidio dell’anima e della mente spesso premeditato che vede ad oggi troppi esecutori impuniti e considerate le gravissime conseguenze sia fisiche che psicologiche che esso determina richiede una sensibilizzazione di tutta la popolazione che possa contribuire a fare emergere il fenomeno di modo che chi subisce sia in grado di riappropriarsi della propria dignità e integrità mentale e chi agisce venga debitamente punito dall’ordinamento o curato. Spesso il crimine non viene denunciato perché proviene proprio dalle persone che più si amano e che si sentono, per tale ragione, autorizzate a continuare a delinquere. In una occasione pubblica l’Avv. Anna Ruggieri, disse che “la famiglia è il luogo ideale per commettere delitti impuniti”. Si offesero in molti, ma era ed è la verità. Infatti solo una parte dei reati commessi al riparo delle omertose mura domestiche arriva al vaglio giudiziario.

Presentazione di "Prigioniera" a S. Venerina

Presentazione di “Prigioniera” a S. Venerina

Questo ultimo pregevole lavoro della scrittrice Maria Cristina Torrisi, costituisce una occasione preziosa per contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica aiutando, al contempo, le vittime a riconoscere il fenomeno per potersene difendere autonomamente o chiedendo aiuto.

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Ciò non soltanto per tutelare se stesse e la propria integrità ma anche per salvaguardare eventuali figli che, assistendo alla violenza su un genitore di riferimento, potrebbero, a loro volta un domani, divenire degli  abusanti (come nel caso del conte Don Ferdinando, descritto nel romanzo).

Scorrendo le pagine del romanzo e via via addentrandosi nelle vicende della protagosnista Edga, ci accorgiamo di come il romanzo, all’attento lettore, dica più di quanto la storia in sé racconti. Ci parla di violenza di genere, di  violenza domestica per la precisione. Quella violenza che rimanda al concetto di potere. Benché sia distruttiva nel suo effetto, il suo obiettivo ultimo non è provocare all’altro una sofferenza, ma sottometterlo, dominarlo, paralizzarlo, piegarlo. La violenza cerca di appropriarsi della volontà, del pensiero, dell’intimità di chi la subisce.

Ed è quello che succede ad Edga, protagonista del romanzo. Edga rappresenta la fragilità di un universo femminile che si confronta con la quotidianità, con i grandi temi dell’amore e della complessità delle relazioni parentali e interpersonali. Una donna partecipe delle vicende del suo tempo che, ad un certo punto della sua vita, si trova a dovere scegliere se seguire il misterioso uomo che tanto la affascina e la incuriosisce, Don Ferdinando, ovvero abbandonarsi all’amore dell’amico di sempre Carlo Alberto,  volto amato dalla sua famiglia, gentiluomo attento e elegante, innamorato della dolce Edga, al punto da accettare i suoi continui rifiuti. L’amore romantico, avvolto nelle tenebre delle incertezze, sarà la scelta definitiva di Edga che la scaraventerà in un nuovo mondo, fatto di dorata solitudine, dapprima  e poi di segregazione, nel quale l’amorevole protezione e il generoso accudimento della famiglia di origine, rappresentano solo un doloroso e lontano ricordo. Don Ferdinando, da marito affettuoso, difatti,  si tramuterà ben presto in consorte possessivo e austero.

prigioniera amore 1

Nel romanzo si comprende bene, lo studio sulla violenza di genere compiuto dall’autrice. Difatti è descritto in modo chiaro quello che gli studiosi della materia descrivono come il “ciclo della violenza”, che ha inizio con il fidanzamento, quando la coppia condivide certe premesse sui ruoli maschile e femminile tradizionali ed in cui la caratteristica del loro rapporto è la non reciprocità. Dopo un pò di tempo le cose cominciano a funzionare male, un problema economico, una gravidanza, le gelosie o, magari, motivi futili, danno il via ad aggressioni di tipo psicologico, a critiche o a derisioni. Apparentemente non sembra violenza eppure nella donna provocano pian piano un senso d’inadeguatezza, facendole perdere l’autostima e le sue sicurezze. Dopo le violenze verbali o psicologiche arriva il momento in cui l’uomo l’aggredisce fisicamente, le dà una spinta, uno schiaffo o rompe o lancia degli oggetti per aria. La donna è presa alla sprovvista, non avrebbe mai pensato che lui avrebbe potuto reagire in quel modo.

L’imprevedibilità dell’aggressione è forse la componente psicologica più pesante della violenza fisica. Qualsiasi motivo può essere un pretesto scatenante e questo induce la donna ad impiegare le sue energie nell’evitare accuratamente ogni comportamento che potrebbe provocare una reazione aggressiva verbale o fisica del partner.

Probabilmente nei primi incidenti, la donna, anche se non trova giuste le botte, cercherà di rasserenarlo, d’essere più affettuosa pensando di dover fare il possibile per evitarle. All’inizio si sforza di sdrammatizzare. Essendo stata educata a considerare il matrimonio come un valore in sè e come traguardo principale nella vita di una donna, cercherà di anteporre la famiglia e il marito anche se per questo dovrà subire le “pene dell’inferno”.

L’idea che il comportamento violento dell’uomo prenda spunto dei suoi errori e inadempimenti la porta ad avere un senso d’eccessiva responsabilizzazione. Lei si attiva per far fronte a tutti i compiti e le richieste che le vengono fatte dall’aggressore, nella continua speranza di non scatenare la sua ira e dimostrare la propria adeguatezza come partner e come madre.

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Ed è proprio quello che succede ad Edga nel romanzo. Edga diventa  prigioniera del suo amore, che le impedisce, fino a quando non è troppo tardi, di vedere il vero volto dell’uomo di cui si è invaghita; infine, diviene prigioniera delle proprie paure, che le impediscono, al culmine della storia di reagire come ci si aspetterebbe dalla Edga conosciuta nelle prime pagine del libro. Ma quando la ragazza arriva alla conclusione della storia è, appunto, completamente svuotata di ciò che era.

Un romanzo scritto bene che invito vivamente a leggere, non solo per la trama in sé, ma soprattutto per il messaggio che lancia al lettore. Riconoscere i primi segnali della violenza, significa spesso, difatti, impedire ben più gravi conseguenze.