“Mailén, una verità nascosta”, un romanzo che onora i fatti e la sete di giustizia delle donne

Recensioni ed Eventi

A cura di Maria Pia Fontana

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Il romanzo di Lorenzo Marotta rende giustizia alla verità storica degli abusi e dei crimini commessi dal regime militare argentino negli anni ‘70, sebbene contenga un messaggio capace di trascendere questa vicenda e di assumere una portata più ampia. La verità, infatti, non vive solo nell’evidenza dei fatti, ma pulsa anche nel loro racconto e questa narrazione va custodita, ascoltata ed arricchita tante volte e in tante forme, affinché il ricordo di ciò che è stato si depositi nei nostri cuori, non come cenere spenta, ma come schegge di luce di un fuoco sempre acceso. “Ci sono tante forme di amore. Tra tutte, la comune passione per la verità e il bene” (pag. 261).

In questo senso, il romanzo è anche un omaggio alla scrittura e al suo potere di vivificare e di cristallizzare gli accadimenti per sottrarli alle manomissioni volontarie operate in mala fede dal revisionismo storico o per preservarli dalle rimozioni e dagli offuscamenti della dimenticanza. Lo scrittore esercita quindi l’insostituibile funzione etica e sociale di “scolpire con le parole” la storia per condividerla con il lettore e nel riproporre la riedizione degli eventi ne rinnova la loro capacità di produrre senso e di fondare la nostra coscienza.
“Noi siamo la nostra memoria, noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti, questo mucchio di specchi rotti”, sostiene Jorge Luis Borges e questa citazione serve all’Autore per introdurre il suo racconto, così come gli è utile il richiamo a Primo Levi, che invita a vigilare affinché le atrocità del passato non ritornino più.
Lorenzo Marotta riesce a fondere in modo armonico fatti storici con immaginazione, facendo in modo che la sua “fantasia del plausibile” colmi i buchi di conoscenza sugli aspetti intimistici delle vicende umane raccontate, che sono realistiche, se non proprio reali, senza peraltro rendere invadente la sua soggettività.
Con perizia l’Autore cesella personaggi dall’identità complessa, che non possono essere collocati semplicisticamente entro linee di demarcazione nette tra buoni e cattivi, anche quando si trovano dalla parte dei carnefici o delle vittime. I protagonisti, infatti, assumono spessore umano nei chiaroscuri e nelle intime inquietudini, che si rilevano nelle loro stesse angosce, incertezze e consapevolezze, pure del male commesso. Efficace risulta quindi lo scavo psicologico condotto dall’Autore, così come il processo di immedesimazione empatica con i personaggi, pur nella distanza storica, geografica ed esistenziale che separa lo scrittore dalle vicende descritte.
Così, conosciamo Brigitte, la freschezza della sua passione ideale, l’ardore delle sue battaglie politiche e il suo coraggio nella denuncia delle ingiustizie del governo Videla. La seguiamo nelle tetre mura dell’Esma, che diventa il luogo della sua prigionia fisica, psicologica e affettiva e assistiamo all’evolversi dell’attrazione perversa del suo carceriere verso di lei. Partecipiamo poi alla sua tragica fine e al sofferto percorso biografico della figlia Mailén, ignara della sua origine.
L’Autore utilizza il doppio registro temporale tra presente e passato ed inserisce sé stesso tra i personaggi del romanzo, diventando “scrittore dello scrittore” e facendo dell’opera di creazione letteraria oggetto della stessa narrazione. Alla domanda “come vive uno scrittore?”, il narratore-personaggio risponde: “Si vive sul crinale della realtà. Un po’ dentro e un po’ fuori dal mondo, forse per conoscerlo e per raccontarlo”(pag. 261).
La figura cruciale, che dà il titolo al romanzo, è Mailén, testimone oculare e protagonista dei fatti. E’ lei che determina l’incipit della narrazione ed è l’unica che attraversa la doppia dimensione temporale. Oltre al tema della ricerca delle proprie origini identitarie, caro all’Autore e sviluppato in precedenti romanzi come Il sogno di Chiara, si rileva quello, che fa da sfondo ad altre opere, del contrasto tra la purezza delle radici contadine e la corruzione del potere economico e sociale. La prima è simbolizzata dalla speranza operosa e dalla generosità della coppia di siciliani che emigrano in Argentina e che diventano i genitori adottivi di Mailén, mentre gli effetti corrosivi della ricchezza e del prestigio sociale si rilevano nella famiglia Gonzàles, vicina al governo militare e compromessa nella sua coesione affettiva e valoriale. Alla figura mite e umile di Maria, che insieme al marito Michele presta servizio nella tenuta dei Gonzàles, si contrappone quindi la moglie del capitano Jorge, l’esuberante Fernanda, che ha fatto del piacere e delle frivolezze la sua ragione di vita.
Nel romanzo le figure femminili non sono solo motore e architrave della storia, ma anche coloro che in prima linea concorrono allo svelamento della realtà e alla risoluzione della vicenda. In ciò l’Autore manifesta la sua ammirazione verso coraggio dimostrato dalle madri di “Plaza dei Mayo” che seppero affrontare a viso scoperto il potere per gettare luce sulla scomparsa dei loro cari e per ottenere una giustizia intesa più come riparazione morale, trionfo del vero e smascheramento delle falsità e delle menzogne dei potenti, che come punizione capace di infliggere una sofferenza pari a quella ricevuta. La storia argentina diventa quindi emblema dell’aspirazione femminile a una giustizia trasparente e universale, ma non impersonale, perché capace di dare soddisfazione e riparazione alle ferite affettive sanguinanti, unendo l’equità con la verità e con il rispetto dei sentimenti e della memoria.
Perché da sempre in tutte le vicende di morti e di sparizioni rimaste oscure o impunite sono le donne in prima linea a domandare giustizia per i propri familiari, sia che si tratti di madri, che di nonne o di sorelle? E quando questo appello parte dal cuore, è cioè accorato, e non proviene solo dalla logica, la voce si alza sempre più forte e cristallina, persino quando l’urlo consiste nello sfilare mute e con dignitosa compostezza esibendo un cartello che riporta la foto dei propri cari.
“Solo le donne nei momenti più difficili sanno trovare il modo per gridare in silenzio al mondo le violenze subite” (pag.70). E sono riuscite a farlo nel passato, così come riescono a farlo ancora nel presente, perché non conoscono la frattura tra logos e patos, ragione e cuore e perché meglio dell’uomo rappresentano l’archetipo e l’inscindibile unità di ogni persona.