Pillole di storia: l’Unità d’Italia

Una scena di rivoltosi siciliani contro i piemontesi

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Cronaca di un’ epoca
Pillole di storia a puntate

 

A cura di Giuseppe Firrincieli

 

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PRIMA PUNTATA

 

 

G. Firrincieli

Parlare di Unità d’Italia, per noi siciliani, diventa molto difficoltoso, specie quando siamo costretti ad entrare nelle pieghe della Storia e analizzare fatti dolorosi e inumani che lasciano l’amaro in bocca e, nel contempo, creano dubbi sulla credibilità dei libri di storia, adottati nelle nostre scuole. Ma i siciliani che combatterono contro i Borbone, considerarono i piemontesi i liberatori o si sentirono letteralmente soggiogati dai piemontesi? Ancora, i nemici dei siciliani furono i Borbone o i Savoia? I briganti erano delinquenti o rivoltosi? Sono queste domande, a cui molti non sanno rispondere, ma fanno riflettere e, dopo i dovuti approfondimenti, ci lasciano sgomenti.

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La libertà, sbandierata ai quattro venti e la promessa delle terre ai contadini furono delle prese in giro. In pochi mesi dall’unità, dall’entusiasmo, si passò ad una vera forma di ostilità per tutto ciò che sapeva di piemontese. Quando io ero piccolo, mio padre mi raccontò un fatto che non potrò mai dimenticare : uno zio di mio nonno era giudice del Regno delle Due Sicilie e con l’arrivo dei piemontesi si dimise perché aveva giurato fedeltà al suo Regno. Ecco che sono diventato, da adulto, uno “innamorato” della storia siciliana e, permettetimi di dirlo “un vero sicilianista convinto”. Ecco perché non comprendero’ mai come sia stato possibile che nel Plebiscito, in Sicilia, votarono contro l’ Amnessione solo 667 aventi diritto al voto e, guarda caso, a Palermo solo 20, su 36000 votanti.

 

SECONDA PUNTATA

 

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Con l’Unificazione, il regno Sabaudo poté incamerare il Tesoro siciliano e quasi azzerare il proprio debito pubblico di 640 milioni di lire. Per i piemontesi, la Sicilia fu come la manna caduta dal cielo. Di conseguenza, il governo sabauda vendette persino le terre sottratte agli Ordini religiosi ed anche a famiglie patrizie, ritenute ostili. Ai contadini non assegnarono nulla. Chi si oppose a quei sorprusi, venne arrestato e lasciato marcire nelle carceri, come l’ottantenne Arcivescovo di Monreale, Mon. D’acquisto, don Gaetano Natoli ed altri 47 preti, internati nel lazzaretto di Nisida. Il fatto genero’ numerose rivolte contadine, a Bronte, a Nicosia, a Mascalucia, a Nissoria, a Leonfortle, a Biancavilla, ad Altavilla Milicia ed Alcara Li Fusi. Le sommosse vennero represse e morirono centinaia di contadini. Ma per capirne di più dobbiamo andare un più indietro nel tempo . Bronte in primo piano. Il 3 settembre del 1799,il re Ferdinando di Borbone aveva donato il complesso di Santa Maria di Maniace e il titolo di Duca di Bronte all’ammiraglio inglese Horatio Nelson, quale ricompensa per l’intervento della Marina inglese durante la rivoluzione napoletana.

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Intervento inglese, decisivo per la restaurazione borbonica, addirittura, sulla nave di Nelson, era stato recluso e successivamente giustiziato, uno dei capi militari della brevissima Repubblica Napoletana,
L’ Ammiraglio Francesco Caracciolo.

 

TERZA PUNTATA

 

Il dono del Re Ferdinando all’Amiraglio Nelson consisteva in una tenuta di ben 25000 ettari con annesso il palazzo signorile, confinante con la splendida chiesa e che prenderà il nome di Ducea di Nelson, nel territorio di Maniace, Bronte in provincia di Catania. Alcuni anni prima del 1860, il re Ferdinando II fece l’errore di aumentare le tasse, in modo esoso, a tutte le imprese anglosassoni che avevano possedimenti nel suo Regno. In Sicilia, molte imprese inglesi sfruttavano le miniere di pece e di zolfo. In particolare, nel sud del Val di Noto e nelle colline degli Iblei che si estendevano tra Ragusa, Scicli e Vizzini, vi erano cave e miniere di pece che rappresentavano, per quei tempi, il più grande giacimento asfaltivero nel mediterraneo.

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L’imprenditoria inglese, già dal 1838, era presente nell’ Isola e la produzione annua di asfalto arrivava fino alle 2 mila tonnellate e visti i lauti guadagni, re Ferdinando II, non si fece alcuno scrupolo nel quadruplicare le tasse esistenti. Cosa che gli inglesi non digerirono affatto. Su una superficie di oltre 308 ettari da sfruttare per la estrazione di asfalti, gli inglesi ne gestivano più di 200 e, precisamente, le società imprenditoriali interessate erano : “The United Limmer and Vorwohle Rock Asphalte Paving Comp. Lmt” con circa 85 ettari; “The Val de Travers Asphalte Paving Comp. Int.” con 70 ettari ; “l’ H and A. B. Aveline” con 50 ettari. Una leggenda metropolitana dice che le strade di Londra vennero asfaltate con il bitume estratto dalla pece del ragusano. Ecco che gli inglesi, stanchi di sentirsi sfruttati dai Borbone, nel 1860 vollero la disfatta del Regno delle Due Sicilie e, solo ed esclusivamente, per interessi economici. Ecco che il mercenario Garibaldi e compagni vennero assoldati per invadere il regno, a partire dalla Sicilia. L’eccidio di Bronte fu una delle tante forme di salvaguardia degli interessi economici inglesi, a cui Garibaldi e il regno sabaudo dovettero piegarsi. Il regno anglosassone risultò il mandante del massacro, ordinando a Garibaldi, a cui non perdono’ mai di aver promesso la terra ai contadini, di soffocare con il sangue, le rivolte dei braccianti per evitare di mettere in pericolo i 25 mila ettari della ducea Nelson.

 

QUARTA PUNTATA

 

L’Eccidio di Bronte fu una pagina di storia siciliana molto dolorosa. Il console inglese, visto il pericolo del tumulto generale che spingeva i braccianti ad una rivolta, per le promesse di Garibaldi non mantenute come “la terra ai contadini”, non perse tempo di intimare al famigerato eroe dei due mondi di spegnere quei focolai di rivolta, in modo da garantire l’integrità della proprietà anglosassone, in quel di Bronte, ovvero la Ducea di Nelson, prima che la rivolta prendesse piede causando danni irreparabili. Del resto, in Comuni vicini, come Linguaglossa, Randazzo, Centuripe e Castiglione di Sicilia, erano iniziate forme di protesta.

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Giuseppe Garibaldi, preoccupatissimo per il richiamo ricevuto dal console inglese, il 6 agosto del 1860 inviò due Battaglioni dei Cacciatori delle Alpi, al comando di Nino Bixio.

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Girolamo Nino Bixio

Questi veniva descritto, dagli stessi colleghi di avventura, uomo feroce e sanguinario e lo stesso Garibaldi ebbe a dichiarare”… È un pazzo scatenato che non si può trattenere!”. Ma chi era Girolamo Nino Bixio? Bixio era nato a Genova, sin da giovanissimo servi la marina sarda e a 23 anni navigo’ su libere navi mercantili fino all’oceano Pacifico; Volontario nel 1848, in Lombardia e nel Veneto, questi, nel 1849 prese parte ai combattimenti per la Repubblica Romana e venne ferito gravemente con Goffredo Mameli. Nel 1862, il generale sanguinario passò nell’ Esercito regolare e nel 1866 comando’, a Custoza, la 7° Divisione di guerra, per poi, nel 1870, entrare a Roma., dalla parte di Civitavecchia, facendo tuonare i suoi cannoni sul Vaticano, non preoccupandosi né della vita delle persone e né della possibile distruzione di un patrimonio artistico e culturale, unico al mondo. Bixio, dopo l’unità d’Italia, ritornò in mare e nel 1873 morì di colera a bordo della nave Maddaloni, nei pressi di Atchin, nelle Indie olandesi, dove si era recato per trsportare mercenari.

 

QUINTA PUNTATA

 

L’Eccidio di Bronte, assieme ad altri episodi simili, segnò l`inizio di una lunga scia di sangue. In termini più chiari, vennero compiute vere e proprie stragi, centinaia di fucilazioni, centinaia di condanne a morte e violente deportazioni.

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Il generale Morozzo Della Rocca, fedelissimo di Vittorio Emanuele, proibi ai suoi uomini di fare prigionieri, ma ordinò di passare per le armi chiunque si fosse ribellato. Ma chi era Morozzo Della Rocca? Da ministro della guerra nel 1859 del Regno Sabaudo, fu dapprima Aiutante di Campo del Re, per poi partecipare alla Spedizione nell’ Italia Meridionale e per premio, nel 1861 venne nominato Senatore. Per dovere di cronaca, solo nei primi mesi del 1861, vennero fucilate, dai soldati piemontesi, ben 9860 persone, 10604 siciliani furono feriti, 40 donne e 60 ragazzi vennero uccisi, 13629 furono fatti prigionieri, 918 case vennero bruciate, 6 paesi dati alle fiamme, 12 chiese razziate, centinaia di conventi predati e 1500 comuni soffrirono la fame perché in rivolta. E non ci fermiamo qui! Il governo piemontese emano’ la famosa legge Pica, con la quale, l’esercito piemontese ebbe la facoltà di mandare a domicilio coatto gli oziosi, i vagabondi e le persone sospette. Ebbene, nel giro di poco, vennero relegate in esilio, decine di migliaia di persone sospette per essere state semplicemente simpatizzanti dei briganti, considerato che questi ultimi venivano direttamente fucilati senza alcun processo. Dal Parlamento francese riecheggiarono critiche pesanti nei confronti del governo piemontese; il deputato Gemeau ebbe a dire : ” I rivoluzionari polacchi vengono chiamati insorti, mentre quelli delle Due Sicilie, vittime delle più feroci persecuzioni, sono chiamati briganti, ma è purtroppo vero che gli uni e gli altri difendono i loro paesi, la loro nazionalità e la loro religione a prezzo dei più grandi sacrifici… La loro Vita…. “.

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I siciliani rivoltosi dovettero subire l’appellativo di briganti e i generali piemontesi come Bixio, Cadorna, Govone e Cialdini, quali feroci persecutori e massacratori, rimasero a perenne ricordo” eroi risorgimentali” ai quali, Comuni siciliani dovettero intitolare strade. Piazze, scuole. Ospedali.

 

SESTA PUNTATA

 

Dopo che il capo del Governo sabaudo, Camillo Benzo Conte di Cavour, d’accordo con Casa Savoia, licenzio’ il cosiddetto Eroe dei due Mondi a Teano, il 26 ottobre 1860, diede inizio ad una campagna militare intensa e tale da disperdere qualsiasi sentimento garibaldino fra gli insorti del regno delle Due Sicilie. In Sicilia, i picciotti ex garibaldini del 1860 dovettero darsi alla macchia per sfuggire alle persecuzioni di Efisio Cugia.

Efisio Cugia

Efisio Cugia

A Fantina, nel messinese, un gruppo di ex garibaldini fu circondato da un battaglione di soldati piemontesi e sette di loro si consegnarono ai militi piemontesi e questi vennero fucilati sul posto. Tale avvenimento fu il prologo per una vera e propria operazione di Caccia all’uomo per gli ex siciliani garibaldini che proprio per mano di un altro sanguinario, Enrico Cialdini, succeduto improvvisamente a Cugia, vennero trucidati come delinquenti comuni.

 Enrico Cialdini

Enrico Cialdini

Altri rivoltosi furono fucilati ad Alcamo, Recalmuto, Siculiana, Grotte, Castel Termini e Bagheria, Giovanni Corrao, ex generale al seguito di Garibaldi e convinto assertore unitarista, venne assassinato a Palermo il 3 agosto del 1863.

Il generale Giovanni Corrao

Il generale Giovanni Corrao

Le mostruosità delle repressioni si registrarono a Girgenti dove un mite bracciante, di nome Vincenzo Ferro, venne fucilato in piazza ed esposto in pubblico come esempio perché nella cascina del suo padrone era stato rinvenuto un vecchio fucile arrugginito; seguirono centinaia di arresti di persone semplicemente, perché sospettati di simpatie per Garibaldi. Il primo ottobre del 1862 avvenne, a Palermo, un altro episodio estremamente inquietante e oscuro: 13 persone vennero uccise a pugnalate nel giro di qualche ora. Un’accurata inchiesta, condotta anni dopo da Giovanni Raffaele e da Edoardo Pantano, politici siciliani di rilievo agli inizi del secolo scorso, dimostro’ che il complotto era stato architettato dalla polizia sabauda per dimostrare l’esistenza di accordi segreti fra nostalgici borbonici, garibaldini e progressisti repubblicani. Ma chi erano Efisio Cugia ed Enrico Cialdini? Per la storia italiana due eroi del Risorgimento, per la storia siciliana, due sanguinari dell’unità d’Italia.

Napoleone III con Vittorio Emanuele II

Napoleone III con Vittorio Emanuele II

Napoleone III disse a Vittorio Emanuele II le seguenti memorabili parole: “Il governo dei Borbone non commise in cento anni gli errori e gli orrori che hanno commesso gli agenti di Vostra Maestà in un anno”.

 

SETTIMA PUNTATA

 

I Siciliani, sotto il Regno Borbonico, non conoscevano la Leva militare obbligatoria e si opposero in massa contro tale Imposizione dei piemontesi. Il diniego dei siciliani contro il servizio militare coatto, imposto dal Regno savioardo, provocò un’ altra risposta violenta da parte degli Invasori. A Marsala vennero arrestati tre mila abitanti, perché contrari all’ arruolamento forzato dei propri figli, e vennero rinchiusi in caverne. In altre località siciliane, vennero incarcerate madri, mogli e sorelle di giovani renitenti, di cui, molte torturate e uccise. Chiaramente la sete di denaro, dimostrata dai piemontesi, determinò la solita differenza: Ufficiali savoiardi corrotti fecero si che, ai coscritti al militare di leva della durata di 4 anni, fossero sempre i poveri, perché bastava pagare una lauta prebenda agli emissari piemontesi per essere esonerati da quello ingrato compito.

Il soldato piemontese assieme ad un garibaldino

Il soldato piemontese assieme ad un garibaldino

La leva obbligatoria diventò determinante per l’ affossamento dell’ economia agricola dell’intera Isola, in quanto la mano d’ opera nelle campagne subì una flessione gravissima e sommata alle sottrazioni del denaro dalle casse pubbliche, la Sicilia venne ridotta allo stremo. Per pura curiosità, andremo ad analizzare tale grave crisi economica, senza precedenti. La prima cosa che fece Garibaldi, appena sbarco’ a Marsala, fu quella di svuotare le casse del municipio di quei pochi baiocchi per dividerli con i suoi seguaci. A Palermo, si impossesso’, invece, della enorme cifra di 5 milioni di ducati in oro della Zecca del Banco di Sicilia, pari a 21 milioni di lire piemontesi e sicuramente buona parte di essa prese la via per Torino. A Catania, il condottiero dalle orecchie mozzate, perché ladro di cavalli, al danno aggiunse la beffa e ancora oggi siamo costretti a leggere sulla targa che sta ai piedi della statua eretta davanti la villa Bellini, in via Etnea, il seguente epitaffio: “In Catania, trovammo Vulcano di patriottismo, uomini, vettovaglie, denaro e vesti per la nuda mia gente! ”

La lapide che si trova ai piedi della statua di Garibaldi a Catania

La lapide che si trova ai piedi della statua di Garibaldi a Catania

I piemontesi, e garibaldini si dimostrarono assetati di denaro e uno dei motivi principali era quello di finanziare altre azioni belliche come quella del Lombardo Veneto e dell’ Italia centrale e così, oltre a svuotare le casse pubbliche del Regno delle Due Sicilie, caricarono di tasse e balzelli i siciliani.

Una scena di rivoltosi siciliani contro i piemontesi

Una scena di rivoltosi siciliani contro i piemontesi

Il carico fiscale per gli isolani divenne tale che i ricchi diventarono nullatenenti e nel giro di poco, i poveri, diventarono miserabili!