MEMORIE
A cura di Giuseppe Firrincieli
Ambasciatore dell’Identità Siciliana nel Mondo, dell’Accademia EuroMediterranea delle Arti
XIV puntata
“Acqua, cunsigghi e Sali, a cu nun’addumanna nun sa na dari!”
(“Acqua, consigli e sale, a chi non te ne chiede, non gliene devi dare”.)
Ecco una perla di saggezza popolare che invita a farsi gli affari propri, a non essere invadenti e a non sprecare risorse per chi non è interessato ad apprezzarle.
La ragione profonda per cui la cultura siciliana unisce questi tre elementi risiede nel loro forte valore pratico e simbolico, specialmente nel contesto storico passato.
“L’acqua”, primo elemento di vita nella Sicilia contadina, era un bene primario di immenso valore. Darla per irrigare una piantagione senza che ce ne fosse bisogno, o offrirla da bere a chi non avesse sete, era considerato un vero e proprio spreco.

“Il sale” era una risorsa preziosissima (da cui deriva il termine “salario”), utilizzata per sopravvivere e per conservare i cibi (sarde salate e olive in salamoia). Usarne troppo o regalarlo a chi non lo desiderava significava sia buttar via ricchezza, sia rischiare di rovinare una pietanza. Da quest’ultimo esempio emerge il detto: “A mettiri Sali na minestra si pò, a luvallu nun si po’”. Inoltre, nella cultura contadina, ricevere regali non richiesti di beni primari veniva talvolta interpretato come un insulto alla dignità della propria casa: “Bedda o Beddu, viri ca a mia? Acqua e Sali nun mancanu mai!”.
“Cunsigghi”: proprio come l’acqua e il sale, il consiglio è qualcosa che deve essere dosato con molta cura e cautela. Intervenire nelle questioni altrui senza invito, anche se mossi da buone intenzioni, viene percepito come un atto di presunzione e un’invadenza nella sfera privata. In termini più pragmatici, il proverbio mette in guardia contro le conseguenze negative che possono scaturire da consigli non richiesti, pronti a sfociare in liti o a mettere a rischio relazioni di parentela e di amicizia. L’interlocutore può arrivare a indispettirsi, sentendosi giudicato o addirittura tradito.
Esistono altri proverbi che descrivono la frustrazione di chi cerca di dare consigli ad amici o parenti, accorgendosi di perdere tempo perché non vengono presi in considerazione: “Cu tia è comu lavari a testa a ntignisu!”; “A lavari a testa a lu sceccu, si perdi tempu e si sparda sapuni!”. D’altra parte, detti come “U piciu è d’oro” (il silenzio è d’oro) sottolineano che tacere è spesso la scelta più preziosa, mentre “Cu fa u fissa pi nun pavari u daziu, campa cent’anni!” elogia la prudenza sorniona.
E proprio Giufà rappresenta il prototipo dello sciocco e ingenuo siciliano che anima i racconti popolari su malintesi, consigli e aiuti non richiesti.
Si veda il racconto “Giufà e il sale”, raccolto da Giuseppe Pitrè:
La madre manda Giufà a comprare il sale. Dopo averlo acquistato, strada facendo, l’ingenuo vede dei contadini che stanno faticosamente seminando grano. Volendo rendersi utile senza che nessuno glielo abbia chiesto, violando la regola del “cunsigghiu” e dell’aiuto spontaneo, Giufà inizia a lanciare manciate del suo sale sul terreno dei contadini, gridando: “Cà, u Signuruzzu vi ni manni a carrittati, frumentu pa ricoita (ai tempi della raccolta)”. I contadini, infuriati perché il sale avrebbe bruciato la terra uccidendo il raccolto, lo prendono a legnate. Cosa si deduce? Giufà ha letteralmente sprecato il sale, subendone le conseguenze.
In un altro racconto, Giufà cammina sotto un acquazzone e vede un uomo disperato che cerca di salvare il proprio fieno dalla pioggia. Pensando di dire una cosa gradita, esclama ad alta voce: “Sia laudatu u Signuri ca nun fa finiri di chioviri e mannàri sta bedda acqua biniritta pi autri tri jorna, nsichitanza!”. Il contadino, sentendosi preso in giro nel momento del bisogno, si arrabbia e picchia Giufà.
L’errore successivo di Giufà completa il proverbio. Il giorno dopo incontra dei braccianti in campagna che stanno faticosamente ventilando il frumento sull’aia per separarlo dalla paglia, un lavoro che richiede un venticello leggero e costante. Giufà, vedendo i contadini avvolti nella paglia che vola e che rende tutto grigio, si ferma ed esclama trionfante: “Ci vulissi nu ventu fortissimu, ppi fari turnari u suli!”. Come una predizione, una folata di vento si porta via tutto il raccolto e i braccianti furiosi lo picchiano di santa ragione.
Giufà, incarnando l’antitesi del proverbio, accentua la necessità della prudenza. Il detto “Acqua, counsigghi e sali” nasce proprio per evitare di fare la fine di Giufà: quando una persona interviene nella vita degli altri senza alcun invito o richiesta, offrendo beni materiali come acqua e sale, o immateriali come parole e suggerimenti, rischia di farsi danno e di rimediare solo guai.



















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