Nell’ opera “Della fine di me stesso” di Simonpietro Spina l’inventario delle cose perdute

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RECENSIONI ED EVENTI

A cura di Maria Cristina Torrisi

Simonpietro Spina, nella sua prima fatica letteraria dal titolo “Della fine di me stesso” (Digressioni editore), rivela maturità letteraria nella “coerenza strutturale” e nella capacità di “maneggiare il paradosso”.
Valentino Poveruomo, il protagonista del racconto, ha perso tutto: amore, dignità, diritti civili. E, così come il titolo suggerisce, la narrazione prende vita proprio dove “finisce l’uomo sociale e inizia l’uomo vero”.
L’opera si distingue per uno stile di scrittura dalla forma arcaica, una scelta linguistica che riflette la natura stessa del protagonista: Valentino è un uomo “fuori dai canoni”.
In una società regolata da leggi ferree e da un conformismo soffocante, il personaggio principe rivendica la propria libertà di non essere “omologato”. La sua capacità di delinearsi attraverso caratteristiche evidenti e uniche lo pone in netto contrasto con la massa indistinta dei “normali”.

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Il libro si struttura su un doppio binario: da un lato le disavventure di Poveruomo, uno sfortunato “fuori dal mondo”, dall’altro le testimonianze di chi lo circonda. Ma il cuore pulsante del racconto resta l’inventario delle cose perdute.
“Così avevo perduto quasi tutto: l’amore, gli affetti, le sostanze, la dignità, i diritti civili, la libertà, la fede, le forze e perfino il senno…”.
Questo passaggio introduce l’elemento umoristico: una comicità che non serve solo ad intrattenere ma a far meditare sulla slealtà della società.
Il narratore, rivolgendosi direttamente al lettore in prima persona, trasforma il dolore in una riflessione critica.
Il punto di contatto più forte con la filosofia di Luigi Pirandello emerge nella gestione della verità e della follia. Valentino scrive da una struttura protetta, parlando di una malattia che lo isola, ma il testo lancia una provocazione potente: è Valentino ad essere fuori di senno, o è il mondo ad essere uscito dal lume della ragione?
Questa dialettica esplode nelle pagine finali. Qui si consuma lo scontro tra la verità di Valentino e la verità degli altri, quegli stessi personaggi che gli hanno sottratto tutto. È il tema pirandelliano dell’incomunicabilità: ogni individuo ha una sua versione della realtà, e quella di Valentino è l’accusa di un uomo calpestato da un mondo “cattivo” che ha perso l’umanità.
Nel lavoro di Simonpietro Spina l’autore riesce a dare una caratterizzazione magistrale a ogni singolo personaggio, ma è nella figura di Valentino che risiede il messaggio più profondo. La speranza di un “risveglio” che restituisca ciò che è stato tolto non è solo un desiderio del protagonista, bensì un monito per il lettore: guardare oltre la superficie per riscoprire ciò che abbiamo perso nel nome del conformismo.
L’evento che porta al “diario terapeutico” è fondamentale: trasforma il libro da semplice racconto a un vero e proprio “documento umano”. In effetti, un aspetto cruciale dell’opera è il gioco psicologico che si instaura tra il protagonista, la sua malattia e l’istituzione medica. Valentino non scrive per diletto, ma come parte di un percorso terapeutico all’interno di una casa di cura. Il diario diventa così il suo unico spazio di libertà, l’unico luogo in cui può tentare di ricomporre i pezzi della propria identità frammentata.
L’originalità del racconto risiede anche nella sua struttura documentaria: la voce di Valentino, seppur per certi versi “comica”, è una scrittura intima, dolorosa e spesso ironica, che cerca di spiegare l’inspiegabile.
La figura dello Psichiatra rappresenta colui che raccoglie e ordina gli scritti, agendo come un ponte tra il mondo “fuori” e l’universo interiore del protagonista. Questo crea un corto circuito narrativo: chi legge non sa mai se ciò che scrive Valentino sia la realtà oggettiva o la proiezione di una mente ferita, ma proprio in questa incertezza risiede la forza del libro.
Questo meccanismo richiama la scomposizione della personalità tipica di Pirandello. Scrivendo, Valentino si guarda dall’esterno, si sdoppia. Il diario funge da specchio: riflette l’immagine che lui ha di sé, scontrandosi con quella che la società gli ha imposto. La scrittura non è solo terapia, è un atto di resistenza contro il tentativo del mondo di cancellare la sua verità in favore di una diagnosi clinica.
Forse che la vera follia appartiene a chi lo osserva dall’esterno senza comprenderlo? Forse che ogni singola persona può essere un Valentino Poveruomo?