Memorie
A cura di Giuseppe Firrincieli
Ambasciatore dell’Identità Siciliana nel Mondo, dell’Accademia EuroMediterranea delle Arti
Dodicesima puntata
“Quannu lu vulìri addiventa Putìri” “Turiddu omu di fascinu e no di jettatura”
Nella cultura popolare siciliana, il termine “fascinu” non indica solo la bellezza estetica, ma una vera e propria potenza magnetica, mentale e mediatica che una persona ha le qualità e capacità di possedere ed emanare.

Turiddu Busacca compiva 18 anni e le sue doti frequenziali, avute sin da ragazzino, diventano da adulto persino doti mediatiche, che lo portano psicologicamente ad interferire con altri. Turiddu e Lucianu, il fratello maggiore, lavoravano nell’azienda di famiglia ed entrambi si occupavano del controllo dei braccianti per la lavorazione delle terre. Entrambi, la domenica mattina, avevano il compito di andare a “ciazza” (o “a chiazza”, a seconda degli idiomi usati nei paesi) alla cerca di manodopera: i cosiddetti “jurnatari” che, per bisogno di lavoro, scendevano fino all’estremo sud dell’Isola dalle terre calabre nelle stagioni di potatura, semina, raccolta e lavorazione dei prodotti agricoli.
Turiddu era un giovane “particolare”. Oltre ad avere una discreta forza fisica giovanile che poneva in uso nella società borghese di paese nella sfida a “braccio di ferro” con i compagni, come accennavo prima, godeva di un talento speciale: un’elevata interferenza vibrazionale. Il giovane, in termini più chiari, era dotato di una possente forza di concentrazione capace di far schizzare dalla sua mente un’onda magnetica possente la quale, mediante gli occhi, veniva emanata e pilotata come un vettore. Al raggiungimento dello sguardo oculare del soggetto interessato, iniettava in quest’ultimo un flusso di paralisi psichica temporanea fino alla mente. Ma non finiva lì: Turiddu, uomo di “fascinu”, godeva ancora di una dote extrasensoriale recettiva. In pratica, percepiva a distanza il disagio e anche una richiesta di aiuto di un familiare o di un amico che si trovava in difficoltà, ma avvertiva anche un’azione di pericolo di un soggetto, individuo o animale che stava nascosto nei dintorni. In versione siciliana, tutto questo si traduce in “Mi parra u cori”.
La cosiddetta dinamica del potere, ed in particolare il biomagnetismo, si era addensata alla vita di Turiddu adulto in forma potente. Proprio a partire dal 1920, per il giovane si venne involontariamente a manifestare un’esperienza particolare.
Si avvicinava l’estate e le celebrazioni della ricorrenza patronale di San Giovanni Battista a Vittoria, nella piana degli Iblei, davano inizio alle feste di paese, come a “Fera di San Giuvanni”. Proprio in quel periodo festivo era arrivato e aveva posato le tende a Vittoria il Circo Togni, in tournée in Sicilia, e di certo Turiddu e i suoi amici non potevano perdere tale occasione per andarlo a vedere. Per Turiddu era la prima volta che andava a vedere uno spettacolo circense, nuovo anche per la gente del luogo, che poneva in scena acrobazie a cavallo, leoni con il domatore, risate con i clown e poi le sorprese dei maghi con la loro arte occulta.
Turiddu, con suo fratello Luciano e i suoi amici, andò al circo a vedere lo spettacolo. Dopo il numero dei leoni in gabbia con il domatore, entrò in scena un mago, il quale si fece mettere ai polsi le catene per entrare nella gabbia dove un leone era stato lasciato appositamente lì. Poi, con il sipario abbassato che avrebbe occultato la scena per alcuni minuti, il mago si sarebbe dovuto liberare della serie di anelli ai polsi per lasciarli vicino all’animale e, all’alzata del tendone, farsi trovare sul podio dove ci stavano i musicanti per stupire il pubblico.
Il mago, che iniziò a muoversi per andare verso l’arena dove c’era il leone, stava per avvicinarsi alla gabbia quando, prima che gli assistenti abbassassero il sipario, rimase come bloccato, senza riuscire a muoversi. I suoi assistenti iniziarono a preoccuparsi e chiamarono il direttore del circo, il quale fece subito liberare i polsi del mago e abbassare il sipario. Non passò nemmeno un minuto che una voce ardita ruppe il silenzio: il mago chiamava i suoi uomini e lo spettacolo venne interrotto.
Il direttore del circo, dopo essersi avvicinato al mago e aver scambiato due parole all’orecchio, si recò verso la tribuna dove c’era Turiddu e gli disse di uscire immediatamente, perché aveva messo in grave pericolo la vita del mago escapologo. Turiddu rispose: “Mi scantai, u liuni s’u stava manciannu! Ho avuto paura che venisse sbranato dal leone, perché la belva aveva mostrato nervosismo e un’agitazione aggressiva”.
Dietro un mormorio del pubblico, Turiddu uscì dal circo e venne raggiunto dal mago, il quale gli disse: “Grazie per esserti preso la colpa, perché per il tuo agire ho evitato sicuramente un grave pericolo. Ti auguro tanta fortuna: possiedi doti eccellenti, non stare qui”.
Mentre se ne tornava a casa, giunse al fianco di Turiddu suo fratello Luciano, che anche lui aveva lasciato il circo. Mettendogli una mano sulla spalla cercava di confortarlo e gli disse: “Statti soru e pensa ca dumani m’accumpagnari ‘nta mavàra, sì, a maga ca stapi a San Milasi” (proprio nella vanella sotto la chiesa di San Biagio; San Milasi è la traduzione in loco di San Biagio).
Turiddu lo interruppe e gli disse: “’Nta ‘mballacchera? … Pirchì, ca fari?”.
Luciano: “Ca comu… ca fari? A fari cuntu ca a pàrtiri surdatu e iu vinni a sapiri ca a mavàra, donna Maravanna, pigghia a cacazzina e a metti ‘nta l’occhi. L’occhi t’addiventunu russu focu; u capitanu medicu ro Distrettu, appena ti talìa, si scanta e ti rimanna a casa. Oramai accussì si usa pi evitari u surdatu”.
Turiddu: “Ma a cacazzina è u cirumi d’auricci! Sì, il cerume delle orecchie! … Tu, oh frati… ma si pazzu? A vistu don Sariddu u mulinaru? Avi do 1915, prima da guerra, ca è cu gli occhi russi ca pàrunu dui piruna (sì, due prugne)”.
Luciano: “Nun ti preoccupari, a ‘mballacchera mi duna i gocci pi lavari l’occhi a sira stissa”.
All’indomani, già alle 7 del mattino, Turiddu e Luciano andarono a “tuppuliari” a porta da mavàra e trovarono in fila già una decina di giovani per lo stesso motivo, fra cui alcuni amici.
Dopo un paio d’ore toccò finalmente ai due fratelli. A Luciano la maga diede tutto quello che gli serviva per evitare di partire soldato. Quando vide Turiddu, gli occhi di entrambi diventarono calamita: donna Maravanna dapprima provò timore, ma poi si rasserenò e gli disse: “Tu si chiddu ca ieri ‘ttaccasti i corna o diàvulu ppi chiddu ca nun si libbiràu de catini o circu equestri? L’ho saputo ieri sera, ni parràvanu i cummari da vanedda. Ah figghiu miu, stu paisi pi tia è troppu strittu: vatinni America, ca dà ti fannu addivintari qualcunu importanti!!! Vola, volaaaaa!!! Ca ccà ci stai troppu strittu…”.

Il detto di donna Maravanna diventò per Turiddu un richiamo che lo lasciò abbastanza inquieto. Luciano e Turiddu, appena lasciata la dimora da mavàra, ripresero le biciclette che avevano lasciato nel cortile antistante e salirono per il vicolo quando, ad un tratto, Turiddu si fermò, appoggiò un piede per terra e si mise a gridare, sbattendo l’altro piede sulla porta di un’abitazione: “Presto scappa, scappa, ca sta arrivannu don Pinuzzu u chianchieri, u macellaiu, e chiddu ti spara ‘nta mirudda! Nesci, nesci e calatinni pa trazzera ca scinni o sciumi, accussì non ti viri… A caputu?!”.
Dopo qualche minuto da quella porta uscì un uomo: era il fabbro della vicina via Magenta, don Sariddu u firraru, che scappò di corsa verso il viottolo che portava giù al fiume Ippari. All’istante si sentì lo scalpitìo di un cavallo: era don Pinuzzu il macellaio, che arrivò in groppa alla sua giumenta con il fucile in spalla e il cane, un cirneco dell’Etna, tirato al guinzaglio. Non appena don Pinuzzu vide i due fratelli fermi davanti casa sua con le biciclette, tirò le redini e si fermò, dicendo a voce alta: “E vuatri, stranieri do quartieri, e persinu davanti a ma casa, chi ci fati? Vinìstivu a scuncicari dda santa Addulurata di mo muggheri? A ta spirìri, prima ca vi sparu ‘nto battisimu!!!!”.
Lucianu rispose all’istante: “Pinuzzu, statti soru, ca siemu fermi ccà pirchì passau u picuraru che pecuri! Nui a to muggheri mancu a canuscemu”.
Turiddu e Luciano ripresero a pedalare e se ne andarono. Si fermarono vicino alla villa comunale, dove c’era il chiosco per fare colazione e prendere un caffè. Come spuntino, Donna Delizzedda, che stava dietro il bancone, diede loro due uova di gallina ancora calde e con lo stecchino ci fece due buchi a ciascuno, sopra e sotto, per poterli succhiare da un lato; subito dopo preparò con la cuccumelia, la caffettiera napoletana, i caffè che servì in decorate tazze di Caltagirone.
Turiddu, mentre sorseggiava il caffè, confessò a suo fratello: “Lucià, a mavàra havi raggiuni: nun sugnu cosa di stari ccà, unni pi corna, tradimenti, roba iadduzzi, ladri e ladruna santamarioti (i ladri che scendevano da Santa Maria di Niscemi, il paese vicino sopra Gela, venivano chiamati Santamarioti) n’arrivano ‘nsichitanza. E menu mali ca c’è u briganti Ghilormu (Girolamo) Ntaglietta cà, ca co so banna, o passu Scarparu, n’aiuta a luvalli di li nostri fattorie, pi rispettu a nostru patri e a nostra famigghia…”.
Luciano rispose: “Accuntu Ntaglietta, a nostra famighia costa 4 cafisi di ogghiu e na vutti di vinu l’annu. O frati! Nun essiri precipitusu. Nui appartiniemu a nu quartieri più civilizzato e, appoi, senza di tia comu putissimu iri avanti? Menu mali ca ci si tu. In due giorni hai salvato la vita a dui e macari a tri cristiani. Chissu, u macellaiu, era capaci di sparari non sulu o firraru, ma macari a so muggheri”.
Luciano pagò il conto e tornarono sulle biciclette per recarsi in campagna a svolgere l’attività lavorativa quotidiana. Il pensiero di Turiddu rimase però come un chiodo fisso: andare a Brooklyn da sua sorella grande e darsi un meritato futuro, cambiando il suo destino.
Questa è la storia di Turiddu Busacca di Vittoria. Guarda caso, il protagonista del racconto era il fratello minore di mia nonna Teresa, la mamma di mia madre.



















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