Pillole di “SAGGEZZA POPOLARE SICILIANA”. Tofulu, la rinomata maschera catanese, oggi del tutto dimenticata

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MEMORIE

A cura di Giuseppe Firrincieli

Ambasciatore dell’Identità Siciliana nel Mondo, dell’Accademia EuroMediterranea delle Arti

XIII puntata

Giufà e Tofulu rappresentano due celebri figure della tradizione orale siciliana che incarnano lo stereotipo dello sciocco, del credulone e del sempliciotto, diventando protagonisti di metafore e modi di dire popolari. Sebbene abbiano sfumature storiche e origini letterarie differenti, entrambi condividono lo stesso nucleo antropologico, ovvero l’archetipo dell’ingenuo senza malizia che abbocca a qualsiasi assurdità, usati dal popolo come specchio comico e ammonimento sociale: “Senti, u sai a fari comu a Giufà!” e “Si cchiù bestia di Tofulu!”. Mentre i racconti di Giufà diventano anche esempi di vita, raccontati per non commettere errori, le storie sulle cosiddette “minchiate” di Tofulu fanno riferimento ai creduloni.

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Giufà è l’antieroe naïf della Sicilia e del Mediterraneo, la figura popolare per antonomasia, radicata sin dai tempi della dominazione araba (Djeha o Giuha), resa famosa nei “cunti” tramandati dai cantastorie e in seguito raccolti dal grande etnologo Giuseppe Pitrè. Giufà è un ragazzino pigro, privo di malizia e totalmente letterale nel comprendere la società; la sua vita racconta i continui guai causati dalla sua incapacità di comprendere le convenzioni sociali e i modi di dire popolari. Il caso emblematico lo riscontriamo nella raccomandazione della madre quando il ragazzo deve uscire di casa: “Giufà, quannu nesci, tìriti a porta!”. E lui, prendendo alla lettera l’ordine della madre, che fa? Appena esce di casa, scardina la porta e se la trascina dietro. Tuttavia, l’accesso spalancato e la casa aperta mettono paura ai ladri venuti a rubare, perché pensano che dentro ci sia qualcuno dei proprietari: ecco che una porta di casa, lasciata aperta, per i ladri diventa un deterrente. Ancora, quando Giufà si scontra con i ladri e i furbi del paese, spesso la vicenda si trasforma in un’involontaria forma di saggezza, specie quando gli permette di uscirne indenne e persino fortunato, diventando padrone della refurtiva abbandonata.

Tofulu, nel Catanese, è definito lo sciocco del paese e non possiede, come Giufà, un respiro letterario e fiabesco a livello regionale. Tofulu appartiene al popolo e alla tradizione dei detti popolari di Catania, essendo la maschera dello “scemo del villaggio” a cui vengono rifilate le fandonie più inverosimili. La sua figura trova corrispondenza anche nel teatro dialettale e nella letteratura, come nell’opera teatrale “Le fortune di Tofulu” di Aldo Lo Castro, ispirata alle beffe boccaccesche. Ma, come dicevamo dianzi, Tofulu è il destinatario dei racconti altrui, ovvero il protagonista del famosissimo modo di dire catanese: “O va cuntaccìlla a Tofulu, ca ti runa a iunta”, oppure “Chissa cuntaccilla a Tofulu, ca ti runa fummaggio di porcu”.

Queste frasi vengono usate sarcasticamente quando qualcuno spara una balla colossale o una bugia evidente, e si risponde in tal modo per dire: “Vai a raccontarlo a Tofulu, che lui è talmente fesso da abboccare e darti pure il resto (a iunta), o da crederti se gli dici che il formaggio si fa con il latte di maiale”.

La figura di Tofulu, a Catania, è la vittima perfetta delle “babbiate catanesi”. Tofulu, ancora, per i catanesi è la maschera del personaggio di quarteri che non ha una componente di furbizia o fortuna come quella che a volte salva Giufà: Tofulu crede a tutto, ed è per questo che a Catania è rimasto il simbolo di chi “beve” qualsiasi fandonia gli venga proposta.

Un’altra celebre espressione catanese è: “Semu a cavaddu e senza curria!” (“Siamo a cavallo senza cinghia e redini”). Questa frase si usa per descrivere una situazione apparentemente positiva ma pericolosa, ovvero che nasconde una totale instabilità, visto che si rischia di cadere da un momento all’altro. In siciliano la currìa è la cinghia di cuoio che tiene salda la sella in groppa al cavallo. Andare a cavallo era un segno di prestigio, ma senza la cinghia, ancora oggi, basta un movimento brusco o uno scatto improvviso dell’animale perché il cavallerizzo finisca a terra bruscamente. Da qui deriva anche l’atteggiamento del “fari na cosa a muzzu”, cioè senza regole e a casaccio, come quando si compra qualcosa fatto male e che dura poco.

Ma ecco Tofulu a Catania. All’ombra del monumentale Liotru e tra le grida scoppiettanti della Pescheria, viveva un uomo che tutti chiamavano Tofulu. Per tutta la città, Tofulu era l’emblema del candore e della credulità, l’uomo a cui chiunque poteva vendere lucciole per lanterne e il tipo che non solo avrebbe abboccato alla menzogna, ma ci avrebbe persino ricamato sopra. In termini più chiari, il suo nome aveva dato vita al celebre detto catanese: “Cuntaccilla a Tofulu ca ti runa a iunta” (“Vallo a raccontare a Tofulu, che ti dà pure il resto”).

Era un martedì mattina e Tofulu passeggiava nei pressi della fontana dell’Amenano; aveva l’aria, come sempre trasognata, di chi vede il mondo come un cono di zucchero filato. Quella stessa mattina, due furbastri della Civita, Turi e Masino, stavano cercando la vittima del giorno per passare il tempo e farsi una risata. Scorto Tofulu da lontano, Turi diede una gomitata a Masino e sussurrò:

«Vàdda cu c’è! Ora ci cuntamu na rossa minchiatuna e ci facemu crìriri ca l’Etna, a Muntagna, intra stasira à ruttari ciccolatta!».

Entrambi con il volto teso, fingendo una paura da “fine del mondo”, si avvicinarono a Tofulu e Masino disse:

«Tofulu! Sant’Aita ni putissi proteggiri! A sintisti a novità a Piscaria?».

Tofulu si fermò di colpo e, sistemandosi la coppola sulla testa, chiese:

«Quali novità, carusi? Chi successi?».

Turi si guardò intorno con fare circospetto e disse a bassa voce:

«Hanno calato le reti a Ognina e hanno piscatu na trigghia di scogghiu ca parra u catanisi da Civita! E dissi ca intra stasira, da vucca ranni da Muntagna, non nesci lava, ma nu sciumi continuo di crema pasticcera alla ricotta! E tutta Catania sta jennu a cumprari cucchiaruna di ’nchilu!».

Naturalmente, chiunque altro avrebbe riso in faccia ai due imbroglioni. Ma Tofulu no, non rise per niente: i suoi occhi si illuminarono di gioia e pura meraviglia e, anziché scovare l’inganno, si mise a pensare a come agire per godere di quel prodigio. Disse:

«Crema di ricotta? Ma è magnificu! Però… ora ca ci pensu, se a crema scinni caura caura pe strati di i paisi dell’Etna, a Misterbiancu arriva già fridda e dura! Piccatu!».

Turi e Masino a stento riuscirono a trattenersi dal non scoppiare a ridere, mentre Tofulu, assorto nei suoi pensieri, continuò a ragionare con assoluta serietà, offrendo la sua personale “iunta”:

«U sapìti chi vi dicu? Ora vaiu ni don Pasquali u furnaru e ci ricu: “Don Pasquali, m’àmpastari subbitu subbitu cincu mila scorci di cannola giganti, pi mittìlli na strata tra a Villa Gioeni e u Casteddu di Leucatia!”. Accussì, quannu a crema da ricotta scinni da Muntagna, passa pa Piràra (Pedara), pi Trimusteri (Tremestieri Etneo), pe Praghi (Gravina di Catania), pe Vattiati (Sant’Agata Li Battiati) e da Barrera (Barriera del Bosco), arriva ddà e i cannola si ’nchinu suli suli, senza nuddu ca i teni! E li putemu fari manciari a tutta Catania, intra e fora!».

Senza attendere alcuna risposta, Tofulu si voltò e corse via a falcate rapide verso via Plebiscito, lasciando i due furbi a bocca aperta, quasi colpiti da quella fantasia contagiosa che superava la loro stessa fandonia.

Oggi ancora, quando a Catania qualcuno prova a raccontare una balla colossale, c’è sempre un anziano pronto a fermarlo con un sorriso sornione, ricordando l’incredibile inventiva di quell’uomo che non solo credeva alle favole, ma ci aggiungeva sempre una cosa in più: un pezzo della sua straordinaria fantasia e quindi una impeccabile, dolcissima ed inimmaginabile “iunta”.