“Noi Italiani e voi Siciliani”. Il libro di Giuseppe Firrincieli

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RECENSIONI

A cura di Maria Cristina Torrisi

Cosa significa, oggi, sentirsi parte di un Paese complesso e diviso come l’Italia? E quanto pesa ancora l’antica frattura, reale e psicologica, tra la Sicilia e il resto della Penisola?

A queste domande prova a dare una risposta profonda e stimolante Giuseppe Firrincieli nel suo libro “Noi Italiani e voi Siciliani”, un’opera che scava nelle radici storiche, sociali ed economiche del Meridione. Si tratta sicuramente di un titolo che fa riflettere. Fin dalla copertina, il saggio sceglie una formula netta e volutamente provocatoria. La separazione tra un “noi” ed un “voi” non è solo una questione geografica, ma il sintomo di un dialogo a metà, di un’unità nazionale che nei fatti ha spesso faticato a cucire le differenze profonde tra Nord e Sud. Firrincieli utilizza documenti storici, suggestioni letterarie – come i richiami alle parole di Gesualdo Bufalino – e riflessioni socio-politiche per tracciare un percorso che parte da lontano.

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Nel volume si ripercorrono i secoli e gli eventi che hanno segnato il destino dell’Isola: dalle conseguenze delle scelte post-unitarie fino al dramma perenne dell’emigrazione.

Ieri come oggi, il fenomeno dello spopolamento e la fuga di intelligenze e braccia continuano a impoverire un territorio che possiede potenzialità enormi, ma che spesso si scontra con una classe dirigente inadeguata e con dinamiche di marginalizzazione economica. L’autore si interroga anche sul concetto di autonomia, sul riscatto territoriale e sulla possibilità che i siciliani riprendano in mano la propria coscienza civica e politica, uscendo da quella condizione di subalternità che troppo spesso ha frenato lo sviluppo dell’isola.

Un’analisi senza sconti: il libro offre uno spaccato lucido, unendo il rigore della documentazione storica alla passione civile. Inoltre, Giuseppe Firrincieli sottolinea il valore della memoria: attraverso citazioni illustri e riflessioni sul passato, aiuta a comprendere meglio i mali cronici della Sicilia contemporanea.

Egli non fornisce risposte preconfezionate, ma invita il lettore a interrogarsi sul futuro dell’identità siciliana all’interno dell’Italia e del mondo globale.

“Noi Italiani e Voi Siciliani!” si rivela essere così una lettura preziosa per chiunque voglia andare oltre la superficie dei luoghi comuni, riscoprendo la complessità di una terra magnifica e inquieta, sospesa tra la voglia di riscatto e il peso della propria storia.

Per comprendere meglio un libro così articolato, ho voluto incontrare l’autore, prezioso amico e collaboratore della Rivista di Arte e Cultura Nuove Edizioni Bohémien, per un’intervista.

L’intervista

1 D: Giuseppe, già dal titolo “Noi e Voi Siciliani”, emerge una forte provocazione. Come è nata l’idea di questo lavoro e cosa rappresenta esattamente questa separazione tra un “Noi” e un “Voi”?

 R: La volontà di scrivere quest’opera nasce da una ferrea esigenza: sfatare il mito della storia scritta unicamente dai vincitori. La Sicilia possiede una propria identità e un percorso storico irriducibile che non può né deve essere ignorato, offuscato o riscritto. Insieme ad altri autori sicilianisti, ho voluto riportare alla luce la verità, soprattutto quando mi sono imbattuto in un documento storico straordinario quanto emblematico: il manifesto del generale Mario Roatta, fatto affiggere sui muri delle città e dei paesi siciliani il 9 maggio del 1943, a pochi mesi dall’invasione angloamericana. All’epoca, Roatta era al comando della VI Armata, incaricata della difesa dell’isola. Ebbene, quel manifesto recitava testualmente: «Strettamente, fiduciosamente e fraternamente uniti, Voi fieri Siciliani, e noi, militari italiani e germanici dimostreremo al nemico che da qui non si passa». Trovarsi di fronte a una distinzione così netta tra “Siciliani” e “Italiani”, nero su bianco in un proclama ufficiale firmato da un generale dell’esercito italiano, significa molto: testimonia una frattura originaria e una percezione istituzionale che affonda le radici nella storia profonda del Paese.

2 D: Nel testo si attraversano secoli di storia e si citano fonti importanti come i documenti di archivio e le parole di Gesualdo Bufalino. Quanto pesa ancora oggi, nella Sicilia contemporanea, il peso delle scelte politiche e post-unitarie del passato?

R: Gesualdo Bufalino ha coniato termini di straordinaria potenza evocativa come isolitudine e sicilitudine, descrivendo con lucidità la condizione psicologica e morale di un popolo diviso in cerchi concentrici – l’isola, la provincia, la famiglia, la propria stanza. Per il grande scrittore comisano esistono cento Sicilie, e non una sola: l’Isola delle contraddizioni. Ne L’amaro miele, Bufalino delinea un autentico canto d’amore intriso di nostalgia, fondendo la dolcezza delle immagini e dei ricordi con l’amarezza della consapevolezza e del dolore esistenziale, ricordandoci le diverse sfumature della nostra terra: la Sicilia verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele e quella purpurea della lava. Eppure, i siciliani non devono dimenticare la grande lezione della rivolta del Vespro del 1282, né i tanti uomini illustri che si sono battuti per dare autonomia e libertà a questa terra martoriata, dai moti più antichi fino alle tappe cruciali del Novecento.

3 D: Il libro affronta il tema dell’emigrazione e dello svantaggio economico dell’Isola rispetto ad altre zone del Paese. Ritieni che i divari storici siano destinati a rimanere immutati o vedi margini reali di inversione di tendenza?

R: La Sicilia ha pagato un prezzo altissimo in termini di libertà e sviluppo, a partire dall’impresa garibaldina e dall’unificazione nazionale. Basti pensare alla tragica repressione dei Fasci siciliani dei lavoratori guidati da Giuseppe De Felice Giuffrida nel 1890, ordinata da Francesco Crispi – un siciliano la cui memoria è stata paradossalmente celebrata con intitolazioni di piazze e scuole. Proprio da quel torno di tempo si è aperta la voragine dell’emigrazione forzata di centinaia di migliaia di conterranei, un fenomeno che non si è mai arrestato e che oggi si manifesta nel dramma della “fuga di cervelli”. Oggi, complice la sistematica rimozione o l’occultamento della vera storia siciliana nei percorsi formativi, fatico a intravedere reali inversioni di tendenza, soprattutto finché persisterà la mancata o parziale attuazione delle prerogative previste dallo Statuto Autonomistico della Regione Siciliana.

4 D: Spesso nel dibattito pubblico si discute del ruolo della classe dirigente e della gestione dell’autonomia siciliana. Secondo te, i siciliani hanno piena consapevolezza delle potenzialità della propria terra o c’è ancora una subalternità culturale da superare?

R: Purtroppo molti siciliani ignorano ancora oggi le norme costituzionali e statutarie che garantirebbero un’effettiva e piena autonomia all’Isola, e lo stesso ceto politico che siede a Sala d’Ercole troppo spesso abdica al dovere di pretenderne l’applicazione integrale. Facciamo un esempio concreto: storicamente, l’isola di Malta faceva parte del Regno di Sicilia, e il suo distacco formale avvenne solo nel 1815 con il Congresso di Vienna, quando fu ceduta alla Gran Bretagna. Per lunghi decenni Malta ha vissuto gravi difficoltà economiche, ma dopo aver conquistato l’indipendenza nel 1964 è rinata economicamente, dotandosi perfino di leve strategiche come il suo storico casinò. Al contrario, in Sicilia, all’inizio degli anni Sessanta, l’apertura del casinò di Taormina fu bloccata e chiusa nel giro di un anno dallo Stato italiano per tutelare gli interessi dei banchi da gioco del Nord, come Sanremo, Saint-Vincent, Venezia e Campione. I risultati di questa subalternità economica li vediamo ancora oggi, con paradossi come imprenditori maltesi che acquistano porti turistici e aprono grandi poli commerciali nella nostra terra.

5 D: Se dovessi riassumere il senso profondo del tuo libro in un unico messaggio da consegnare soprattutto alle generazioni più giovani, quale sarebbe?

 R: Il mio sogno più grande, e l’eredità che vorrei consegnare alle nuove generazioni, è l’introduzione sistematica dello studio della storia siciliana nei programmi scolastici e accademici, a partire dalle facoltà umanistiche. Se i nostri giovani conoscessero davvero le radici, le potenzialità e le ferite della propria terra, la consapevolezza civica cambierebbe radicalmente il volto e il futuro della Sicilia.

6 D: So che hai avuto un importante riconoscimento con questa tua opera. Parliamone.

R: È stato un riconoscimento del tutto inatteso e di altissimo valore. Lo scorso 11 luglio, nel Salone delle Arti della Sorbona di Parigi, l’Accademia Euromediterranea delle Arti mi ha conferito il titolo di “Ambasciatore dell’Identità siciliana nel mondo”. La motivazione ha premiato il viaggio letterario di Noi Italiani e Voi Siciliani, un saggio che in questi mesi ha intrapreso un tour di grande risonanza toccando la Sicilia, New York, Los Angeles, Montréal e il continente australiano, ricevendo un’straordinaria attenzione dalla critica e dalla stampa internazionale.

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