MEMORIE
Pillole di “SAGGEZZA POPOLARE SICILIANA”
Di Giuseppe Firrincieli
Ambasciatore dell’Identità Siciliana nel Mondo, dell’Accademia EuroMediterranea delle Arti
XV puntata
“Mèttiri zizzania” e “Mèttiri puddicini o suli!”
«Mèttiri zizzania», o «essere una zizzania», descrive l’individuo causa di un problema. L’atto di infilarsi tra due persone o all’interno di un gruppo per dividerli e metterli contro è un comportamento che genera astio tra vicini, fidanzati, parenti e amici. Questo modo di dire non nasce in Sicilia, ma ha un’origine biblica ed evangelica ed è diffuso in tutta la lingua italiana.

Il detto deriva dalla Parabola della zizzania, contenuta nel Vangelo secondo Matteo. Nel racconto morale, Gesù parla di un contadino che semina del buon grano nel suo campo e, di notte, un suo nemico — che simboleggia il diavolo — arriva di nascosto a seminare zizzania in mezzo al frumento per rovinarne il raccolto.
La scelta della zizzania come metafora della discordia e del contrasto non è casuale: è legata a precise caratteristiche botaniche della pianta, un’erba infestante che nelle prime fasi di crescita assomiglia perfettamente alla pianta del frumento, al punto che è impossibile distinguerle finché la spiga non è matura. Chi «metti zizzania» agisce esattamente in questo modo: si mostra amico, confondendosi persino tra le persone perbene, mentre in realtà è un individuo meschino che porta discordia.
Ritornando alla pianta, i suoi chicchi vengono spesso attaccati da un fungo tossico e, se mischiati al grano, producono una farina velenosa che causa forti mal di testa, vertigini e allucinazioni; non a caso, la zizzania viene chiamata anche «loglio ubriacante».
I siciliani sono storicamente legati alla cultura della terra e del grano. Non dimentichiamo la celebre frase: «La Sicilia era il granaio di Roma», ed ancora prima l’Isola di Cerere. La Sicilia è storicamente definita la “terra di Cerere” (corrispondente alla dea greca Demetra), dea dell’agricoltura, della terra e delle messi, per il suo legame profondo con la coltivazione del grano e con gli antichi miti del territorio.
Secondo la tradizione mitologica, è proprio in Sicilia — nelle acque del Lago di Pergusa, a Enna — che Persefone (figlia di Cerere) viene rapita da Plutone per essere condotta negli inferi, per poi risorgere come regina del mondo sotterraneo e simbolo della rinascita della natura e della primavera. Sulla cima più alta di Enna, la Rocca di Cerere, sorgeva l’antico santuario dedicato alla dea, un luogo di culto fondamentale per le popolazioni antiche. Oggi l’area è tutelata dal Rocca di Cerere UNESCO Global Geopark, che valorizza il patrimonio mitologico, naturale e archeologico dell’entroterra ennese.
Usare oggi in Sicilia l’espressione «mèttiri zizzania» significa mettere in mostra la figura di chi crea discordia, sparla alle spalle di un amico o mette le persone l’una contro l’altra. I modi di dire siciliani che si avvicinano a questo concetto sono diversi:
«Ittàri focu» o «dari a focu» (gettare o appiccare fuoco), che si usa quando una mezza parola o una verità detta al momento sbagliato scatena un litigio furioso tra due persone.
«Avvicinari a cannìla a pagghia» (avvicinare la candela alla paglia), che significa aggiungere elementi per fare arrabbiare ancora di più gli animi.
«Aviri a lingua tagghenti comu o rasoiu» (avere la lingua tagliente come un rasoio), riferito a chi parla alle spalle e ferisce le persone, dividendo le famiglie.
«Tra maritu e muggheri ittàtivi n’arrèri!» (tra marito e moglie state indietro): un avvertimento rivolto sia alla coppia sia agli estranei, a significare che, di fronte alle parole di una terza persona che prova a seminare discordia o a inventare storie, l’unica soluzione per i coniugi è ignorare il provocatore e proteggere il nucleo familiare.
L’espressione «Mèttiri i puddicini o suli» (mettere i pulcini al sole) è invece una variante splendida e coloratissima del concetto di zizzania, usata soprattutto nella Sicilia orientale, tra Catania, Siracusa e Ragusa. Nel contesto di una coppia o di un matrimonio, questo detto descrive l’atto di rivelare segreti, difetti, “altarini” o vecchie storie passate che erano nascoste, mettendole in pubblica piazza («al sole») per creare uno scandalo e far litigare i coniugi.
Il senso dell’«effetto sole» è chiaro: i pulcini appena nati sono fragili e delicati e, se esposti improvvisamente al sole cocente dell’estate siciliana, rischiano di morire o di soffrire terribilmente per il calore. Allo stesso modo, i segreti di una coppia o le verità private, se sbattuti al sole di fronte alla malvagità altrui, possono finire per bruciare un matrimonio.



















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