MEMORIE
Pillole di “SAGGEZZA POPOLARE SICILIANA”
A cura di Giuseppe Firrincieli
Ambasciatore dell’Identità Siciliana nel Mondo, dell’Accademia EuroMediterranea delle Arti
Undicesima puntata
“U Putiri è Vuliri”
“Turuzzu havi a calamita ’ncoddu”
Tratto da una storia vera
Vittoria, località siciliana molto nota per aver dato i natali al derivato del Nero d’Avola, il vino Cerasuolo — vellutato nettare di Bacco —, è la cittadina dove è nato e ha vissuto da giovane Salvatore Busacca, classe 1902.

Turuzzu, così veniva chiamato da piccolo, Turiddu da grande, apparteneva a una benestante famiglia di proprietari terrieri. Il padre, don Gisè Busacca (Giuseppe nel certificato di battesimo e all’anagrafe), era a capo di una nota e importante azienda agricola, ereditata dal padre e dedita alla coltivazione di canneti in via principale e, successivamente, di uliveti e vigneti. Il mercato delle canne, fino agli anni cinquanta del secolo scorso, era piuttosto importante: le canne venivano utilizzate come sostegni nella coltivazione delle viti e, inoltre, venivano impiegate, con l’impasto di gesso e calce, per la realizzazione dei famosi sottotetti delle case, anche nelle abitazioni patrizie, detti “suffitti ’ncannizzati”, poi per le coperture delle abitazioni campestri, delle masserie, e anche come pareti mobili. Ancora, le canne lavorate servivano per creare cesti, chiamati “cannizzi”, di tutte le misure, utilizzati per l’essiccazione di prodotti agricoli come pomodori e uva, e poi le famose “vascedde”, come contenitori per l’asciugatura del formaggio fresco, della tuma e del “primu sali” (formaggio stagionato di latte ovino e bovino), e ancora per realizzare le classiche cavagne, atte al trasporto e alla vendita della ricotta, sia ovina che bovina, che in seguito gli ambulanti, dentro ampie ceste sempre di canna e in groppa agli asini o sul carrettino tirato a mano, andavano a vendere nei mercatini o casa per casa nei paesi vicini.
Turuzzu, sin da piccolo, nel giardino di casa, aveva manifestato le proprie capacità frequenziali, ponendosi per gioco davanti al muro dell’abitazione. Si metteva dritto, con gli occhi fissi in alto, fino alle tegole del tetto che sporgevano dal muro, dove, affacciate dai nidi che si trovavano negli incavi, c’erano le colombe intente a portare il cibo ai piccioncini o a covare le uova. Ebbene, il ragazzino, con il capo alzato, fissava con gli occhi i volatili e, non appena questi contraccambiavano il richiamo guardando il ragazzo, lo sguardo di entrambi si incrociava ed ecco che i pennuti subivano una sorta di ipnosi, lasciandosi cadere a terra esanimi. Turuzzu all’istante chiamava “’Gna Vènnira”, donna Venera, la fimmina di casa che si occupava delle faccende domestiche, la quale, tutta contenta, correva fuori — ormai abituata a tali sorprese — e li andava a raccogliere per poi portarli in cucina come cacciagione, per cucinare piatti succulenti “a partuisa” (ovvero alla portoghese, sì, alla cacciatora) da preparare per tutta la famiglia, composta da padre, madre, tre figlie femmine e due maschi, compreso Turuzzu; la sorella più grande, di nome Marasanta (Maria Santa), si era sposata con un vittoriese, con il quale, giovanissima, era emigrata a Brooklyn. Il sortilegio sui colombi non durò molto: Turuzzu presto ebbe un ripensamento, una sorta di crisi di coscienza sulla presa dei colombi che andavano a finire cucinati, e non lo fece più.

Turuzzu inventò anche un altro giochetto, e cioè quello di dare da mangiare ai ragazzini che, con le loro mamme zingare (chiamate camminanti in Sicilia), giravano a fare la questua in paese. Turuzzu chiamava i bambini con la mano alzata e li invitava ad entrare nel cortile di una traversina vicino a casa sua, dove c’era un orto con piante di limoni e nespole e poi un pollaio con le galline. Nella rete di recinzione che non consentiva l’ingresso ad estranei, Turuzzu infilava una mano e aspettava che le galline, in giro nel giardino, si avvicinassero a lui deponendo le uova nella sua mano; così Turuzzu raccoglieva le uova e le dava ai bambini, i quali felici tornavano dalle proprie mamme con le uova in mano.
Turiddu Busacca, da adulto, era riuscito perfino a migliorare e ad amplificare questa sua particolare sensibilità: con l’uso della sua energia cerebrale riusciva a prevenire avversità naturali come l’arrivo improvviso di maltempo, fulmini, forti temporali e incendi improvvisi in estate, specie quando i pecorai davano fuoco alle erbacce secche dei campi — con il pericolo di provocare roghi alle vicine case campestri — per fare ricrescere l’erbetta nuova e poter sfamare i propri armenti. Ancora, preveniva il pericolo delle volpi negli ovili e nei pollai e poi, cosa abbastanza insolita, riusciva a fermare, con le sue frequenze, l’agire muscolare di una persona che alzava le mani su un suo rivale; in termini più chiari, riusciva a bloccare le liti frequenti fra uomini che spesso avevano il coltello in mano.
La cosiddetta dinamica del potere particolare, il biomagnetismo, si era legata alla vita di Turiddu adulto in occasioni esclusive. Proprio a partire dal 1920, per il giovane si venne involontariamente a manifestare un’esperienza particolare, ma di questo parleremo nella prossima puntata sul biomagnetismo, sì: “Turiddu havi a ’na forti valìa”.
Ricordi in bianco e nero, stupendi, ma oggi, ahimè, del tutto dimenticati.



















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