Pillole di “SAGGEZZA POPOLARE SICILIANA”. “Aria netta nunn’avi paura de trona”

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MEMORIE

Pillole di “SAGGEZZA POPOLARE SICILIANA”

A cura di Giuseppe Firrincieli

Ambasciatore dell’Identità Siciliana nel Mondo, dell’Accademia EuroMediterranea delle Arti

XVI puntata

“Aria netta nunn’avi paura de trona”

“Aria netta nunn’avi paura de trona”, letteralmente: l’aria pulita, senza foschìa, non ha paura dei tuoni. Si tratta di un classico della saggezza popolare siciliana e di origine catanese. La metafora è semplice ma molto potente e vendicatrice. L’aria netta, nelle persone, rappresenta chi ha la coscienza pulita, adotta un comportamento netto e trasparente e non ha nulla da nascondere. I tuoni o i fulmini rappresentano le accuse infondate e le malelingue. Chi si comporta con onestà e non ha scheletri nell’armadio può sentirsi al sicuro, perché le tempeste esterne – come pettegolezzi, sfuriate e minacce – non possono intaccare la sua integrità morale.

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La suddetta metafora viene tirata in ballo spesso in contesti di vita quotidiana. Quando una persona viene accusata ingiustamente o presa di mira da voci di paese e risponde con serenità, camminando a testa alta, ecco che viene esclamato il detto: “Aria netta nunn’avi paura de trona, beddu to fazzu agnùttiri tuttu, su fangu ca mi ittasti!” (Aria pulita non ha paura dei tuoni e a te, che hai infangato il mio onore, te lo faccio inghiottire tutto, quel fango che mi hai buttato addosso!).

Le maldicenze succedono maggiormente in ambienti di lavoro e familiari, per invidia e ricatto morale. Questo proverbio non è solo una massima morale, ma una vera e propria filosofia di vita, e spesso assume le sembianze di un’arma di difesa verbale. Nelle forme delle tecniche della comunicazione, assume anche quella “posturale”, dove a Catania e provincia il valore dell’onore e della reputazione è protagonista; quindi il detto “Aria netta nunn’avi paura de trona” viene gridato in pubblico a voce alta, col petto e con la testa all’insù, con l’intenzione di farlo ascoltare a chi parla alle spalle: “Putiti diri chiddu ca vuliti, iu dormu cu quattru cuscini nta testa!”.

L’esatto opposto di chi ha “a cutra addumata” (la coperta che brucia) e “a curpa intra a cuscenza” (la colpa dentro la propria coscienza), e che al minimo rumore salta dalla sedia. Nelle dinamiche di quartiere o di paese, il proverbio in esame significa, per l’appunto, un manifesto di indipendenza e diventa l’esempio di non farsi calpestare dai prepotenti che cercano di “fari sgrusciu ppì spavintari”.

Il proverbio, nato a Catania, ha un’origine e una massima espressione legate alla storia del martirio di Sant’Agata. La vicenda della martire Agata incarna perfettamente la dinamica dell’aria netta che affronta i tuoni dell’invidia e del potere maschile frustrato. Nel III secolo dopo Cristo, Agata era una giovane catanese di nobile famiglia, celebre in tutta la città per la sua bellezza straordinaria, pura e radiosa. Questa sua luce attirò le attenzioni di Quinziano, il proconsole romano governatore della Sicilia, il quale non solo voleva possederla fisicamente, ma anche sottometterla e usarla come trofeo per la sua potenza sociale.

Agata lo rifiutò con fermezza, affermando la sua devozione a Gesù, tanto da far scattare il classico meccanismo dell’invidia e della gelosia. Quinziano, ferito nell’orgoglio e roso dall’invidia per la purezza della Vergine Agata – non potendola né avere né comprare –, scatenò una tempesta di accuse (i trona dell’epoca, ovvero le persecuzioni anti-cristiane); affidò quindi Agata per un mese a una cortigiana di nome Afrodisia e alle sue figlie, sperando di farla corrompere e distruggere la sua reputazione, ovvero toglierle “l’aria netta” per renderla ricattabile e sporca agli occhi della società.

Agata rispose al proconsole a testa alta, con una lucidità e una serenità tali da mandare Quinziano in incandescenza. Ma le minacce, il carcere e le torture indicibili non trovarono nella Martire alcun appiglio di paura; la sua coscienza rimase così limpida e la sua dignità così intatta che il proconsole, con tutto il suo esercito e il suo potere, appariva piccolo, debole e patetico. Di riflesso, nella sociologia siciliana, e in particolare catanese, questo schema si ripete in forma identica nelle storie di paese e di quartiere: quando una donna è eccezionalmente bella e virtuosa, attira inevitabilmente due cose: il desiderio frustrato e l’invidia velenosa di chi non può averla.

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