La Sicilia, ma manco l’Italia scherza, reinterpreta la visione del Far West cinematografico

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Attualità

di Giuseppe Firrincieli

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Marsala: Una ragazzina di 13 anni va a scuola con il coltello in mano per aggredire una compagna. Per le ultime notizie di cronaca, San Gregorio, Mascalucia, Monreale, Palermo, Messina, Avola, Misterbianco, Riposto, Catania e poi l’intero Stivale sono in mano alla violenza umana “non stop”. Sembra di leggere un giornalino a fumetti, o per meglio dire andare al cinema e rivedere quei film Western dove trenta o quaranta morti ammazzati a pellicola costavano 150 lire; immagini proiettate, oggi, lungo le strade, nelle scuole, nelle “movide”, nei parchi, nelle piazze e persino a livello familiare. Ma ci rendiamo conto in che modo serpeggi la brutale violenza di individui maturi, maschi, donne, anziani, giovani, persino minori, e in quale mondo stiamo facendo vivere le nuove generazioni? Dove è andata a finire l’educazione impartita fino agli anni Cinquanta, con lo scappellotto dell’insegnante ben accetto ed anche preteso dai genitori, per non parlare dell’uso della verga nel distribuire 50 o 100 colpi in mano al ragazzino che non aveva studiato la lezione o aveva commesso una marachella? E le bocciature erano massicce e ripetitive anche per il mancato otto in condotta: ragazzi delle elementari che ripetevano anche per tre volte gli anni da bocciati e conseguivano la licenza elementare a 14 o 15 anni. Ma dove è andato a finire ancora l’insegnamento ferreo dell’educazione al rispetto umano in tutte le scuole? E per i ragazzi montati di testa, come i bulli di oggi, disubbidienti e violenti, veniva minacciata l’espulsione dalle scuole — prima del Regno d’Italia e poi dell’Italia Repubblicana — con dirottamento obbligatorio verso i collegi riformatori. Sì, chi ricorda la famosa frase del genitore burbero: “Ora sprugghiu i carti ppì mannàriti ‘ncollegiu, almenu ti ci mannu iu, e senza aspittari ca a maestra ti manna o riformatoriu!!!”. Fino agli anni Ottanta, all’incontro tra insegnanti e genitori, il verdetto dei docenti era vangelo e i genitori ne facevano tesoro. Sì, si doveva ubbidire. Cosa possiamo affermare oggi? Con l’inizio del XXI secolo, tutto è cambiato e nel 2026 il peggioramento dei rapporti sociali — a qualsiasi grado: familiare, parentale, amicale e persino di quartiere, per non parlare dell’astio che si va ad accentuare, divenendo persino odio violento tra genitori e insegnanti — ha toccato il fondo, persino negli ospedali con continue e violente aggressioni a medici e infermieri. Ragazzini che vanno a scuola con il coltello e con lo spray urticante per aggredire la propria insegnante; nonché adulti che gettano acido in faccia ad altri, ultimo episodio a Messina. Il decadentismo sociale è inarrestabile, con la formazione di squadre di bulli inarrestabili ed incontrollabili nelle scuole, nelle movide, nei centri e nelle periferie, fuori da ogni controllo genitoriale. Nel 2004 in Italia la Legge 226, nota anche come Legge Martino, ha sospeso le chiamate al servizio militare obbligatorio a partire dal 1° gennaio 2005. La legge ha introdotto la possibilità di svolgere il servizio militare come volontario, formando le Forze Armate con personale volontario. Perché, con la Legge Martino, venne sospesa la leva obbligatoria? La Legge Martino, approvata il 23 agosto 2004, ha sancito la sospensione delle chiamate al servizio di leva obbligatorio, fissando il termine al 1° gennaio 2005. Tale decisione venne adottata per consentire la trasformazione delle Forze Armate italiane a un sistema interamente volontario e in servizio permanente effettivo. Oggi, a distanza di più di vent’anni, sospendere definitivamente il servizio militare — perché non si può parlare di abolizione in quanto la leva obbligatoria è prevista dalla Costituzione — è stato un bene o un male per i giovani e per la società di oggi? Un interrogativo che, a primo acchito, potrebbe sembrare antidemocratico, scontroso, asociale, anacronistico, ma riflettendoci sopra potrebbe aprirci tante e importanti riflessioni, nonché considerazioni che ci portano ad attente valutazioni: quando vi era il servizio di leva obbligatorio, era in uso dire, e non era affatto un luogo comune: “Vai a fare dodici mesi di militare e ritornerai un uomo dal cervello maturo!”; “Per te ci vuole il servizio militare, ti manca la maturità!”; “Viri ca a tia, a mennula ti quagghia quannu parti a surdatu!”; e magari i consigli dei parenti: “Ma to figghiu è sbannutu piddaveru, o facci fari dui anni di surdatu e viri comu si scorda il calcio scommesse!”. Eppure potremmo continuare ancora, ma lo Stato deve venirci incontro, magari non con la obbligatorietà della leva, ma con un radicale cambiamento del sistema scolastico, in cui l’educazione venga insegnata in tutte le forme, persino coercitive e come punizione: sei mesi di leva obbligatoria. Chissà? Oggi potrebbe essere un richiamo per un ripristino di una forma educativa al vivere sociale e non asociale.