Memorie
Pillole di “SAGGEZZA POPOLARE SICILIANA”
A cura di Giuseppe Firrincieli
Ambasciatore dell’Identità Siciliana nel Mondo, dell’Accademia EuroMediterranea delle Arti
Quarta puntata
Oggi presentiamo un detto e suoi derivati, molto diffusi in Sicilia e che, come le loro origini, ahimè, rischiano di essere dimenticati,
“A Babbiata”
“Annunca!”, “Partualli” e “a Partuisa”
Per secoli e secoli i siciliani hanno subito dominazioni straniere tra greci, latini, cartaginesi, spagnoli, saraceni, francesi, asburgici e piemontesi. Per la maggiore, non potendosi ribellare apertamente, il popolo siciliano usava l’ironia e il gioco linguistico per “babbiari”, ovvero prendere in giro lo straniero. Ed ecco, il perfetto esempio di come il sottomesso si prendeva gioco del potente, facendogli credere una cosa per un’altra.
Diamo inizio al famoso “Codice segreto” siciliano.

Leonardo Sciascia
La lingua siciliana è ricca di parole antifrastiche, cioè dire il contrario di ciò che si pensa, o anche di suoni ambigui, usati, proprio, per non farsi capire dai non nativi. Ecco andiamo a scoprire da dove nasce il termine molto comune a Catania e nell’intera etnea.
Esclamare “Annunca!” davanti ad uno spagnolo, giocando sulla somiglianza del suono per fargli credere che si stesse dicendo “mai” o “nego”, mentre tra siciliani ci si intendeva perfettamente sul significato di: “certamente, è così”, rientra perfettamente in detta strategia di arguzia popolare, senza causare offese o scatenare scontri isterici, ma solo assecondare lo straniero, con una risata, intesa con lo sguardo degli occhi fra i siciliani presenti.
Leonardo Sciascia ha spesso raccontato come il siciliano abbia sviluppato nei secoli una straordinaria capacità di relazionarsi con autorità straniere, usando il linguaggio come uno specchio deformante, in termini più chiari, dare l’ illusione di assecondare lo straniero, mentre in realtà, si riaffermava la propria identità e la propria verità. Quindi, anche se i dizionari etimologici ufficiali, cercano le radici nei testi latini, la storia vissuta nelle strade, nelle piazze, nei mercati esalta la saggezza popolare siciliana, con le suddette sfide intelligenti e degli “abbindolamenti” ironici ai danni dei dominatori. Ecco lo spirito autentico, con cui il popolo siciliano ha sempre masticato e reinventato le lingue dei conquistatori per fare un proprio strumento di potere. Ancora un esempio, il termine “partualli”, mostra perfettamente come la satira di strada trasformasse la realtà commerciale in pura commedia.
Ufficialmente la linguistica dice che, prima del Quattrocento, in Europa esistevano solo le arance amare, ma i navigatori e commercianti del Portogallo importarono l’arancia dolce dall’Asia nel bacino del Mediterraneo e, proprio in Sicilia, a quelle arance, venne dato il nome dei commercianti portoghesi.
I portoghesi in Sicilia venivano chiamati “Portualli ed anche Partualli”. Ma la storia non finì lì. L’ironia siciliana non si fece attendere. Ecco il doppiogiochismo dei mercati. Quando i mercanti portoghesi arrivavano nei porti per vendere o caricare le merci, i venditori usavano la parola “portualli” con una furbizia assoluta. Davanti allo straniero portoghese, il termine indicava formalmente le arance, ma dietro, tra i vicoli di mercato, i siciliani lo usavano come un insulto mascherato, dando del “portuallu” al mercante portoghese, straniero, magari tarchiato, rubicondo e appesantito dai lunghi viaggi, o prenderlo in giro per la sua forma, tonta e goffa come un’arancia, facendo credere ai portoghesi che si stesse parlando solo del business del giorno. Ancora oggi, in diverse zone siciliane si dice “fari a fiura do portuallu” per indicare una persona ingenua, sciocca o buffa nella forma. D’ altronde, il siciliano non ha mai subito passivamente gli stranieri e, se non poteva cacciarli, li disarmava con la propria lingua, trasformando i loro nomi in parodie viventi.

Giuseppe Pitre’
Il cerchio si chiude con un ultima chicca, il termine “a partuisa” e anche a Catania “a pattuisa” , traduzione del termine italiano “portoghese”. Il suddetto collegamento viene riferito alla ricetta di cucina “ Cunigghiu ’a partuisa”, coniglio alla portoghese, nata nella tradizione ragusana e siracusana e poi esportata nell’intera Isola, e che prevede che la carne venga fatta marinare e sfumare con il vino; in origine veniva usato il vino liquoroso “Porto” proveniente, per l’appunto, dal Portogallo, per poi cucinare il coniglio spezzettato in padella con olio, verdurine come sedano, carote, prezzemolo, capperi, ovvero a partuisa. Tale ricetta viene adattata anche al polpo, il mollusco di mare, con lo stesso tipo di cottura profumata in padella, dando vita al “Purpu a partuisa”, chiaramente, Il mollusco viene portato prima in ebollizione, originariamente con acqua di mare. Ma l’ironia siciliana entra anche nell’arte culinaria, con l’abitudine di associare i commercianti portoghesi a qualcosa di tondo, di cicciottello e goffo, cucinare il coniglio o il polpo, spezzettati e affogati in padella, diventava anche un riferimento di porre in pentola quei mercanti forestieri con tutte le verdure.


















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