Pillole di “SAGGEZZA POPOLARE SICILIANA”.

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MEMORIE

A cura di Giuseppe Firrincieli

Ambasciatore dell’Identità Siciliana nel Mondo

Seconda puntata

La Saggezza popolare Trinacride, espressa in “detti e proverbi”, risulta la prima al Mondo. Giuseppe Pitrè, assieme a Nino Martoglio, Domenico Tempio e tanti altri ancora furono i massimi cultori degli Usi e Costumi dell’Identità Siciliana.

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Oggi ci soffermiamo nella Catania dell’Ottocento con un detto, che si diffuse rapidamente in Sicilia e che oggi, come moltissimi altri, rischia di essere dimenticato. In pochi ne conoscono la provenienza, ovvero le origini.

Cchiù scuru di mezzannotti nun po’ fari”

E’ un detto, oggi usato ancora, che viene riferito ad una forma di consolazione tra sventurati, sfortunati e giù di lì e che evidenzia : “Hai perso tutto al gioco”, ovvero: “Si fora, o scuru… e arristasti ’nmenzu a strata”. Oggi, vediamo scene del genere per le vie cittadine, in prossimità dei Centri Scommesse, dove persino padri di famiglia, sono affetti dal cosiddetto “vizio del gioco” che viene definito ludopatia. In ambito medico e scientifico, il termine ufficiale è Disturbo da Gioco d’Azzardo (DGA) o Gioco d’Azzardo Patologico (GAP). Non si tratta di un semplice vizio, ma di una vera e propria dipendenza comportamentale riconosciuta persino clinicamente.

Per via dei ricordi siciliani ed in veste di “Talia chi ti cuntu”, andiamo indietro nel tempo, alla fine dell’Ottocento.

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A Catania, come in molti Paesi e Città siciliane, soprattutto la domenica, nei giorni di festa e pur’anche a fine giornata lavorativa, giovani e persino maturi operai, cercando un riscatto sociale o un semplice momento di svago, lontano dalla fatica quotidiana, nella “pirrera”, ovvero nella pietraia, o nelle solfare, o nelle miniere di sale e persino di pece e creta, frequentavano le famose osterie, chiamate “Taverni”. A Catania, u quarteri da Civita, quello di San Berillo, da Piscaria e tanti altri, erano frequentatissimi, per andare a bere un bicchiere di buon vino. Ma lo scopo primario era quello del gioco d’azzardo, rispettando pur sempre quello del “Patruni e sutta”, noto anche come “U toccu”, dove l’onore del “Patruni” e il rispetto del “Suttapatruni” regnavano sovrani ed era diventata la moda di Paese. Il “Patruni e Sutta”, gioco di taverna, era una vera formula d’onore per il rispetto della scala sociale. Ma il ruolo della taverna, sino agli anni Cinquanta – Sessanta del secolo scorso, in Sicilia, rappresentava anche la rovina economica, ovvero come arrivare a “Sacchetta vacanti” per molti lavoratori, preda del gioco d’azzardo, come la “Zicchinetta”, a “Briscula”, a “Briscula Pazza, o in cincu”, ai “dadi”, al “Tresette”, ad altri giochi ancora. Il brutto vizio portava persino a toccare il fondo della miseria e uscire dalla taverna senza un soldo e col brutto pensiero di non poter sfamare la propria famiglia all’indomani. Ai malcapitati, rimaneva di conforto il detto: “Cchiù scuru di mezzannotti nun pò fari!”, volendo sperare che il “domani” diventasse una bona Jiurnata.

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Per i siciliani non esiste il “non sarà” (perché la coniugazione del verbo al futuro non esiste in Sicilia, ma di questa saggezza filosofica siciliana ne parleremo dettagliatamente in una prossima puntata).

Ritornando alla speranza con la frase: “Cchiù scuru di mezzannotti nun pò fari!”, si voleva intendere che l’aspettativa di tornare a riavere qualche soldo in tasca, l’indomani mattina, veniva basato sui risparmi della consorte, conservati sotto il materasso del letto di casa e guadagnati con il lavoro in filanda, oppure di aver portato i panni delle famiglie patrizie al lavatoio di Cibali, o ancora, fare la spesa a “fera” e alla “piscaria” sempre per conto da Signura, patruna do quarteri, come a muggheri do Cavaleri, do Baruni, do Nutaru, do dutturi di Famigghia di l’abbucatu, do Spiziali e macari da criata do Parrinu da Parrocchia o da Matrici. Per il catanese, con il detto in esame, si è sempre registrata una speranza che, per la bontà di Dio e, in speciale modo di quella di Sant’Agatuzza Bedda, qualcosa da mangiare si trovava sempre.

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Adesso, mi viene in mente di raccontarvi un fatto accaduto nel 1936, che si sposa con la perdita dei soldi al gioco e, precisamente, si tratta di una storiella che circolava a Catania, fino agli anni Ottanta del secolo scorso.

Turi Pandolfini, il famoso attore etneo, nipote del grande Angelo Musco, prima di arrivare a Roma a Cinecittà e diventare famoso assieme a Peppino De Filippo e Totò, lavorava con la sua compagnia al Teatro Sangiorgi, prestigioso polo culturale in stile Liberty sito in via Antonino di San Giuliano di Catania, inaugurato nel 1900.

A metà degli anni Trenta, Turi, sposato da poco, abitava nei pressi della Piazza “Quattro Canti”, a poche centinaia di metri dallo storico teatro catanese, sede principale della compagnia di Angelo Musco. Abitare in quella zona, per Pandolfini, significava che quel tratto di via di San Giuliano, era casa sua e proprio a pochi passi dal teatro, vi era la sartoria di “Turi d’augghia” . Turi dell’ago, maestro sarto molto rinomato nella zona, era pure il sarto d fiducia degli attori del vicino teatro Sangiorgi e la fama della sua professionalità, col taglio ed il cucito con l’ago, attirava nobili e benestanti di tutta l’Isola. I clienti facoltosi venivano appositamente a Catania, per farsi fare i vestiti della festa su misura. Una mattina, Turi l’attore, dopo essersi alzato, lavato nella pila e aver fatto colazione con una cìcara di cafè, si rivolse a sua moglie e le disse: “Oggi, Vossia a Signura e patruna di ’sta casa, chi voli manciari a pranzu?”. In termini più chiari, Turi, che rispettava la moglie come la padrona di casa, intendeva chiederle che cosa avesse bisogno di comprare per preparare il pranzo di mezzogiorno. Sua moglie prese 10 lire e le diede a Turi e gli disse: “Nun ti aricogghiri, dopu a menza, pirchì ti lassu a djunu, cà ci sunu deci liri, vai a piscarìa, accatta quattru coccia di masculini vivi, e ’nmazziteddu di finocchiu rizzu. Tòrnimi u restu ti raccumannu, anzi stai attentu a nun ti firmari ni Turi a ugghia, ppì fàriti futtiri tutti i soddi o iocu…!”. A muggheri pari ca ci avissi raccummannatu a pecora o lupu, a Turi!

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Turi, s’infilò a giacca, si sarvau i deci liri nta sacchetta e niscìu fora, addùmannisi u sucarru. Neanche 5 minuti di cammino lungo la via Di San Giuliano, si do teatru, che si trovò davanti a putìa di Turi, u custureri, va, d’augghia, dove in quattro con il sarto erano seduti fuori attorno ad un tavolo per giocare a carte. E proprio fra i quattro c’era anche il fratello Iano di Turi l’attore, il quale, appena lo vide, gli gridò con un sorriso: Turi!!! o frati aspittàumu a tia pi farini nu giru a briscula pazza, dai assèttiti!” e u fici assittàri. Turi non perse tempo a sedersi e cosi, dopo qualche battuta, si misero a giocare. Passarono tre ore, si erano fatte le 12 e Turi l’attore, perse al gioco le intere dieci lire che gli aveva dato la moglie per la spesa; si alzò, salutò il gruppo, e se ne andò scusandosi per impegni presi per la moglie. Turi si mise in cammino per raggiungere via Etnea e quindi scendere per Piazza Duomo e arrivare all’Acqua o Linzolu, in direzione della pescheria, ma arrivato all’incrocio, con la via Vittorio Emanuele, girò per la traversa per ritornare a la magione, pensando di non avere un soldo in tasca. Arrivato a casa,  la moglie dalla cucina lo vide entrare e gli disse a voce alta: “ Turi l’acqua è vugghenti, ci pozzu calari a pasta?”. Turi rispose “Nenti, càlici i matarazzi ca ni curcamu…!”.

Questa frase diventò ben presto un classico, serbato nello scrigno delle battute siciliane più carine. Si, in Sicilia, quando scarseggiava il lavoro e nelle famiglie veniva a mancare il cibo, le donne preparavano il letto per andare a dormire senza aver desinato. Il modo di dire : “Càlici i matarazzi ca ni iemu a curcàri” voleva affermare di stendere i materassi, imbottiti di crine, o di lana di pecora, sulle tavole, supportati dai “trispiti”; poiché prima non esistevano le reti e i giacigli, per rimanere soffici, si preferiva piegarli a metà e poi la sera, prima di andare a letto, venivano abbassati e distesi sulle tavole, magari dopo aver sistemato con i forconi il contenuto.

Si, sarebbe un peccato far inghiottire dal vortice della globalizzazione i “cunti e ratacunti” della nostra Storia identitaria. Ai posteri, l’ardua sentenza!

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