Recensioni ed Eventi
A cura di Franco Di Guardo
La memoria non è un semplice esercizio di ricordo rivolto al passato, ma un impegno vivo che interpella la nostra coscienza nel presente e traccia la strada per il domani. È questo il messaggio profondo che ha animato l’incontro svoltosi sabato 12 settembre nella suggestiva cornice della Chiesa Madre Santa Maria dell’Idria a Viagrande, dal titolo significativo: “L’eredità del coraggio. Percorsi di memoria e giustizia per costruire il futuro”.


L’evento ha aperto le porte del principale luogo di culto della comunità viagrandese grazie alla sensibilità e all’ospitalità del parroco Don Giuseppe Guliti, accogliendo un pubblico attento, numeroso e partecipe. Particolarmente significativa e qualificata è stata la presenza di autorità civili e militari, di onorevoli dell’Assemblea Regionale Siciliana, di rappresentanti delle istituzioni, di dirigenti scolastici e di una folta ed entusiasta rappresentanza di giovani e studenti, che con la loro presenza hanno dimostrato il forte legame tra mondo della scuola, istituzioni e territorio nel nome della legalità. A condurre e coordinare con equilibrio e sensibilità i vari momenti della serata è stata la giornalista Ornella Ponzio, la quale ha introdotto i lavori sottolineando l’importanza di allenare costantemente la memoria e soffermandosi sulla dolorosa condizione di solitudine che spesso accomuna chi si batte in prima linea per la giustizia.


Ospite d’eccezione dell’incontro è stata Caterina Chinnici, magistrato ed europarlamentare, figlia del giudice Rocco Chinnici — l’innovativo ideatore del Pool Antimafia ucciso da Cosa Nostra nel luglio del 1983. La sua testimonianza, improntata a un profondo rigore morale e istituzionale ma intrisa di un’intima memoria filiale, ha toccato il cuore della platea. L’eurodeputata ha ripercorso la lezione metodologica ed etica lasciata dal padre, ricordando l’intuizione profetica di Rocco Chinnici di andare a seminare la cultura della legalità direttamente tra i banchi di scuola. Per l’eurodeputata, ricordare il padre significa innanzitutto rinnovare un impegno concreto: dare continuità al suo esempio nelle scelte quotidiane, nell’educazione alla legalità e nella capacità di opporsi fermamente all’indifferenza.

Dalle sue parole è emerso un ritratto intimo e potente della figura materna e del coraggio necessario per reagire: «Quando la mafia entra a gamba tesa, la vita non c’è più. Serve il coraggio di una madre, il coraggio di andare avanti, lottare e reagire per non rimanere per sempre vittime. Non possiamo permettere che la mafia ci annienti e alieni le nostre vite: la mafia toglie opportunità a tutti». Richiamando la solitudine che ha accomunato figure come Rosario Livatino, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino — ricordando come il magistrato sia spesso solo con gli articoli di legge, i codici e la propria coscienza — Caterina Chinnici si è rivolta direttamente alle nuove generazioni con un accorato appello: «State a schiena dritta e a testa alta. La cultura è lo strumento fondamentale di libertà per scegliere da che parte stare. Dovete avere il coraggio di far fruttare i valori, perché siete i figli di questa terra. Mai abbassare la guardia».
Il dibattito è stato ulteriormente impreziosito dall’intervento di Felice Cavallaro, celebre firma del Corriere della Sera, legato al giudice Chinnici da una storica collaborazione e stima professionale. Cavallaro ha offerto ai presenti ricordi e aneddoti inediti sulla nascita e sui primi passi del pool antimafia, soffermandosi sulla sofferenza dei figli delle vittime ma anche dei familiari dei mafiosi che trovano la forza di denunciare. «La mafia devasta le vite», ha ribadito il giornalista, indicando nella credibilità, nel valorizzare le parole vissute e nell’esempio di Rosario Livatino i punti di riferimento da imitare.
Di straordinario spessore anche la riflessione di Don Vittorio Rocca, docente di Teologia morale presso lo Studio Teologico S. Paolo di Catania, il quale ha declinato il concetto di giustizia e responsabilità sociale attraverso una profonda chiave di lettura etica, teologica e antropologica. Don Rocca ha tratteggiato la figura del “giudice ragazzino” Rosario Livatino, evidenziando come «vivesse sotto gli occhi di Dio», nella solitudine ma ponendo la libertà al servizio della giustizia e coniugando il vivere da cristiano con il dovere dell’impegno civile. Un impegno che si intreccia con il profetico e storico grido che San Giovanni Paolo II levò nella Valle dei Templi ad Agrigento nel 1993, quando con veemenza apostolica si rivolse ai responsabili del male: «Convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!». Passando a Don Pino Puglisi, ha ricordato la sua opera di parroco nel togliere i ragazzi dalla strada e nel creare un centro d’accoglienza chiamato “Padre Nostro”, citando le emblematiche parole del suo killer al processo: «L’abbiamo ucciso per le sue parole, perché ci toglieva i ragazzi dalla strada». Richiamando infine Peppino Impastato e la forza della parola, il teologo ha evidenziato come «il coraggio sia una scelta e la preghiera un aiuto», concludendo con un monito sferzante: «La coscienza è una voce che scotta e che va ascoltata».
Un passaggio di profonda commozione e intenso valore simbolico della serata è stato dedicato al ricordo dei grandi simboli e pilastri della lotta alla mafia — i giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo e il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa — affiancati a chi, pur senza finire sui libri di storia, ha saputo mostrare una straordinaria statura morale. In particolare, è stato toccante il ricordo di Giuseppe Sapienza, imprenditore, commerciante e padre di famiglia viagrandese, titolare di un mobilificio, che di fronte al ricatto del “pizzo” e alle estorsioni mafiose rifiutò il silenzio e la rassegnazione, scegliendo la dignità della denuncia. Una scelta di indiscutibile coraggio che pagò con la vita, venendo assassinato il 18 giugno 1993 a Pedara. A più di trent’anni di distanza, la figura di Sapienza testimonia come il coraggio non appartenga soltanto alle grandi imprese storiche, ma anche agli uomini giusti che ogni giorno scelgono di non tirarsi indietro e di stare dalla parte della giustizia.

Il vero motore dell’iniziativa è stata la partecipazione attiva delle nuove generazioni. L’evento ha visto l’impegno in prima linea di un gruppo di giovani volontari coordinati dall’avvocato Nino Di Blasi, il quale ha auspicato con emozione «che questa serata sia il seme di un grande albero». Un’azione lodevole, quella dei ragazzi, che hanno messo tempo ed energie al servizio della propria comunità, trasformando il ricordo in partecipazione attiva. Vedere l’esempio del giudice Chinnici continuare a parlare con forza alle nuove generazioni rappresenta la ragione più profonda di speranza per il futuro: un’iniziativa che dimostra come la memoria storica non debba rimanere un monumento statico, ma un “cantiere aperto” capace di trasformarsi in impegno civile e responsabilità quotidiana.
L’incontro si è concluso tra i calorosi applausi del pubblico, suggellando una serata che ha dimostrato come la sinergia tra Chiesa, istituzioni, professioni e cittadinanza possa dare risposte concrete alla sete di giustizia e di verità. L’evento, di straordinario valore civile e umano, è stato promosso dal movimento culturale “La Fucina di Efesto”, in stretta collaborazione con la Parrocchia Santa Maria dell’Idria e l’Accademia Musicale Alessandro Scarlatti. L’iniziativa ha ottenuto prestigiosi patrocini morali dal Comune di Viagrande, dall’Unione degli Ordini Forensi della Sicilia e dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Catania, testimoniando l’alto valore deontologico, etico e culturale riconosciuto alla manifestazione.


















Social Profiles