MEMORIE
A cura di Salvo Germano
Il poeta dell’utopia estetica in terra italica: Venezia, Napoli, Capri, Siracusa, tra homoerotismo e angosce esistenziali.
Dal suo diario
riporto alcuni stralci:
3 giugno 1819
“Lo splendore della sua bellezza e la coscienza che egli ne ha lo rendono fatuo. Ma è fin troppo vero che, quando entra nella mia camera, mi abbaglia come la figura di un semidio, circondato da una corona di fiori sfavillanti.”
26 luglio1819
“Perché mi è impossibile amare le donne, perché bisogna nutrire inclinazioni funeste, che non saranno mai permesse, che non saranno mai reciprocate?
Sono assolutamente perduto. Non mi riconosco più.
Dimentico tutto, i miei studi, i miei amici, i miei genitori.”
15 agosto 1819
“Mi assicurava della sua amicizia, (Eduard) ma mi diceva spesso di non potermi amare come io lo amo. Ahimé! Il suo aspetto esteriore è troppo attraente. È bello come Apollo e vigoroso come come Ercole”
Ecco alcuni estratti estrapolati dal suo diario, in cui scrisse con ingenua precauzione, in francese e portoghese, tutti i passi sconvenienti dei suoi amori.
Alcuni di essi delineano l’evoluzione della sua relazione col ventunenne studente universitario EDUARD SCHMIDTLEIN.
Soggiogato dall’amore, Platen scrive poesie per Eduard e gliele spedisce.
L’amato ne è così spaventato al punto che, non solo, interrompe la relazione, ma gli scrive che lo disprezza, che ne ha orrore, che lo considera un appestato.
Dopo qualche mese i due fecero pace, tuttavia la pressione sociale di quel tempo dimostra quanto fosse invincibile, specie per chi come Platen, non si accontentava di sesso a pagamento, come tanti suoi contemporanei.
Egli invece anelava ad una stabile relazione d’amore.
E questo fa di Platen un uomo di straordinaria “modernità”, per il suo desiderio di grande onestà e sincerità d’animo, che pagò tuttavia con l’essere considerato un “diverso” un parìa.

Perfino l’ultima pagina del suo diario, scritta il 13 novembre 1835, nella locanda di via Amalfitania 5 in Ortigia, ci ricorda come il suo viaggio in Sicilia, fosse anche un viaggio in cerca di amore:
… “a Caltagirone… ho visto un giovane di straordinaria bellezza; a quanto ho saputo si trattava di un palermitano.”
August von Platen si inserisce in una delle fasi più tormentate della storia letteraria tedesca. Attivo nei decenni successivi al Congresso di Vienna, il poeta vive appieno la crisi d’identità dell’intellettuale nell’epoca della
Restaurazione e del Biedermeier. Soffre profondamente del cambiamento del ruolo sociale della cultura tra il 1815 sino alla sua morte, nel 1835, finendo per sentirsi isolato, inutile e costretto a rifugiarsi nel privato.
Solo per ragioni cronologiche e sensibilità esistenziale, dominata dal
“Weltschmerz”, il dolore cosmico e dall’irrequietezza, Platen appartiene al Romanticismo, in tutt’altra direzione si muove rispetto alla dissoluzione formale e al misticismo dei primi romantici, penso all'”idealismo magico” del “Frühromantik”, il primo romanticismo di Novalis e Tieck.
Platen rifiuta l’identificazione romantica di connubio tra “poesia e vita”, intesa come condotta di vita basata sull’istinto immediato, sul disordine emotivo o sull’improvvisazione, una sorta di spontaneismo incontrollato. Al contrario, ne trova l’antiteto nella disciplina formale della poesia, l’unico argine possibile contro il caos interiore e la decadenza politica del suo tempo. Questa posizione intellettuale lo espone a un duplice isolamento: alienato dalla Germania reazionaria che finirà per abbandonare, rimane parimente distante sia dalle istanze nazionalistiche sia dal realismo politico della “Giovane Germania”, la “Junges Deutschland.”
Platen sostiene l’autonomia assoluta del fenomeno estetico. La bellezza deve essere slegata da fini pedagogici, morali o di propaganda politica.
La grandezza di Platen risiede nella sua straordinaria perizia tecnica. Egli concepisce l’attività poetica come un magistero artigianale di altissima precisione. In un panorama dominato dal verso libero o dalla ballata popolare, Platen recupera e trapianta nella lingua tedesca strutture metriche esotiche e classiche dotate di rigide norme geometriche.

Influenzato dagli studi orientalistici e dalla amicizia di Friedrich Rückert, soprattutto per il comune e viscerale interesse per la poesia e la lingua persiana, Platen adotta la forma arabo-persiana del ghazal. La ripetizione ossessiva della rima (monorima) e il ritorno del radif (la parola-ritornello) diventano lo strumento ideale per esprimere musicalmente il tema del desiderio inappagato e dell’ebbrezza mistico-amorosa.
È tuttavia nel sonetto che Platen raggiunge il punto più alto della sintesi formale. È il livello più alto di precisione e di “sottrazione” in letteratura. Nei “Sonette aus Veneding,” Venezia non è descritta con il pittoresco sentimentalismo romantico, ma emerge come un monumento di pietra e storia specchiato nell’acqua, simbolo di una bellezza suprema che porta in sé i germi della morte e della decomposizione.
Il rigore del sonetto endecasillabo adattato al giambo tedesco, funge da intelaiatura razionale per contenere una profonda angoscia esistenziale, onde evitare che il sentimento esondi in un pianto disordinato o in un urlo romantico.
Come per Goethe prima di lui, l’Italia rappresenta per Platen la terra dell’epifania classica, della luce e della liberazione. Nel 1826 il poeta si trasferisce definitivamente nella penisola, soggiornando in diverse località, tra cui Venezia, Roma, Napoli e infine Siracusa, dove troverà la morte.
Il Sud non è solo un rifugio geografico, ma lo spazio utopico in cui la bellezza ideale della statuaria classica si fonde con la realtà vissuta. In questa dimensione si inserisce un elemento cardine della sua lirica: l’erotismo platonico e l’amore omosessuale. Costretto in patria a nascondere o a sublimare la propria natura, in Italia Platen canta l’amore per il corpo maschile non come deviazione, ma come la più alta incarnazione dell’ideale greco di bellezza, la “Kalokagathia”.
La sua poesia diventa così una delle prime e più lucide testimonianze di coscienza omoerotica della letteratura moderna, espressa non attraverso la confessione scandalistica, ma mediante la purezza della linea e del marmo.
Impossibile tracciare un profilo accademico di Platen senza menzionare lo scontro intellettuale e personale con Heinrich Heine. La polemica, esplosa alla fine degli anni Venti, rappresenta uno spartiacque sociologico e letterario. Platen attacca Heine e Karl Immermann nel dramma Der romantische Oedipus satirico, ” criticando la presunta mancanza di forma e lo spirito dissacrante della loro poesia, in particolare contro i cosiddetti drammi del fato
(Schicksaldrama)
La replica di Heine nei Bagni di Lucca (Die Bäder von Lucca, 1830) è devastante: Heine non si limita a confutare le tesi estetiche di Platen, ma ne espone pubblicamente l’omosessualità, ridicolizzandolo come un aristocratico decadente e sterile, incapace di produrre vera poesia perché focalizzato solo sulla “tecnica del verso”. Questa controversia segnerà profondamente Platen, accelerando il suo esilio definitivo e compromettendone la fortuna critica immediata, venendo liquidato per lungo tempo come un poeta algido e privo di autentica ispirazione.
La rivalutazione critica di Platen avverrà soltanto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Figure del calibro di Stefan George, Thomas Mann, che si ispirerà dichiaratamente a Platen e ai suoi sonetti veneziani per la costruzione del personaggio di Gustav von Aschenbach in “La morte a Venezia” e Hugo von Hofmannsthal, riconosceranno in lui, un maestro della forma e della metrica.
Il “pieno della forma di Platen veniva contrapposto al “vuoto” spirituale dell’epoca moderna.

Platen non è stato un semplice imitatore dei classici, né un romantico ritardatario. La sua operazione culturale è stata quella di utilizzare l’assolutezza della forma come uno scudo contro il nichilismo moderno. In questo, la sua figura si rivela profetica: la sua ricerca di una “poesia pura”, sottratta alle contingenze storiche e purificata dal rigore metrico, anticipa le grandi correnti del Simbolismo e dell’Estetismo europeo, ponendolo di diritto tra i classici della lirica moderna.
Nel 1835 Platen si trovava a Napoli quando in città scoppiò una epidemia di colera. Per sfuggire al contagio ed inseguire il suo ideale di bellezza classica, decise di recarsi a Siracusa, dove alloggiò presso la Locanda del sole, in Ortigia.
Ironia della sorte, proprio a Siracusa fu colto da gravi disturbi gastrici, forse per abuso di farmaci o tipo.
Morì il 5 dicembre a soli 39 anni.
Essendo di fede protestante, non poteva essere sepolto in un cimitero cattolico. Trovò l’ultimo riposo grazie alla generosità del barone Saverio Landolina, che offrì un angolo del suo giardino della propria dimora.
Oggi la sua tomba monumentale è visitabile all’interno del suggestivo parco acattolico di Villa Landolina, area che ospita il Museo Archeologico Paolo Orsi.


















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