Memorie
A cura di Giuseppe Firrincieli
Ambasciatore dell’Identità Siciliana nel Mondo, dell’Accademia EuroMediterranea delle Arti
Nona puntata
Dopo la figura del paraninfu, ecco che emerge un altro personaggio che in Italia, specie nel dopoguerra, fece anch’egli da “mezzano”, sinsali, nelle unioni matrimoniali: “’U conza matrimoni pì procura”.
“Matrimoni e viscuvadi, di lu celu sunu mannàti” “Seri, seri ca’ bona vintura veni!” “Cu cangia paisi, cangia vintura”.

La figura del prete siciliano nella prima metà del Novecento (e in particolare fino agli anni ’50 e ’60) è stata centrale nella gestione dei matrimoni per procura, un fenomeno sociale ed economico che ha permesso a circa 12.000 giovani donne italiane – di cui circa 4 mila siciliane – di emigrare, in buona parte prima in America e dopo in Australia, per raggiungere mariti o fidanzati. Ma la suddetta trasmigrazione in Sicilia iniziò molto tempo prima, a partire dal 1890, quando ben settecentomila siciliani, per la grave crisi economica e per la povertà ereditata con l’Unità d’Italia, si trasferirono nelle cosiddette “Americhe”.
Il parroco del paese non era un semplice celebrante, ma un vero e proprio mediatore sociale e burocratico tra la comunità locale isolata e la realtà transoceanica. Il ruolo del prete era molto più di una funzione religiosa.
Nei piccoli paesi della Sicilia dell’epoca, flagellati dalla povertà post-bellica, il prete rappresentava una delle pochissime autorità istruite in grado di gestire pratiche internazionali complesse. Il suo ruolo si articolava in diverse fasi cruciali: Il sacerdote faceva da ponte per la ricezione dell’atto di richiamo e dei documenti legali inviati dallo sposo dall’Australia. Spesso aiutava le famiglie analfabete a compilare i moduli e a interfacciarsi con il tribunale per ottenere l’autorizzazione necessaria.
L’Australia dell’epoca accettava l’ingresso di donne single solo sotto stretti controlli. Il matrimonio per procura permetteva alla donna di viaggiare legalmente come “moglie”, azzerando lo stigma sociale del viaggio in forma solitaria. Il prete certificava la rispettabilità della ragazza e la validità dell’unione agli occhi della comunità.
In chiesa, il prete celebrava la messa davanti alla sposa (spesso in abito bianco), mentre il posto dello sposo veniva preso da un procuratore, di solito il suocero, un cognato o un amico di fiducia che ne faceva le veci.
Dopo il rito religioso, l’evento manteneva i tratti tipici della tradizione siciliana pur nella sua anomalia: si teneva una piccola festa in casa con parenti e vicini. Venivano offerti liquori tradizionali (come il rosolio per le donne) e dolci locali. Si scattavano le foto di rito, che venivano immediatamente spedite in Australia per mostrare al marito il felice esito della cerimonia.
Questo sistema, nato per rispondere alla necessità degli emigrati che non potevano permettersi i costi e i tempi di un viaggio di ritorno in Italia solo per sposarsi, iniziò a declinare a partire dagli anni ’70. La stessa Chiesa cattolica e le autorità iniziarono a scoraggiare la pratica per via delle frequenti complicazioni affettive e psicologiche: molte spose partivano per l’altro capo del mondo per incontrare mariti conosciuti solo tramite fotografia o brevi scambi epistolari, affrontando un impatto traumatico con la realtà.
Il viaggio e l’arrivo: una volta ottenuto il certificato di matrimonio e il visto come coniuge, la sposa poteva imbarcarsi (solitamente sui piroscafi da Messina o Napoli) per affrontare un viaggio in nave di circa un mese. Moltissime di queste donne incontravano il proprio marito dal vivo per la prima volta solo al porto di sbarco in Australia (ad esempio a Melbourne o Sydney).
Tale pratica di emigrazione per donne sposate per procura iniziò a declinare rapidamente alla fine degli anni Sessanta e nei primi anni Settanta, sia per il progressivo stabilizzarsi delle comunità, sia perché la Chiesa cattolica e le autorità iniziarono a scoraggiarla per tutelare le donne da situazioni di potenziale isolamento o disagio sociale. Ma già in Sicilia, solo nell’area dei paesi del Calatino – come Vizzini e Licodia Eubea – le popolazioni si auto-decimarono.
Quando in Australia si andava in nave, le storie di queste donne suscitavano l’uso di specifici proverbi:
- “Matrimoni e viscuvadi, di lu celu su mannàti” (Matrimoni e vescovadi sono mandati dal cielo). Il proverbio veniva usato per accettare un destino combinato dall’alto, ritenendo che l’unione con uno sconosciuto oltreoceano fosse ormai scritta nel proprio destino.
- “Seri, seri ca’ bona vintura veni!” Questo proverbio rispecchia l’atteggiamento d’attesa e rassegnazione di molte ragazze che, aspettando in casa, vedevano nel matrimonio per procura una “buona ventura” o una via di fuga per riscattare una vita di stenti.
- “Cu cangia paisi, cangia vintura” (Chi cambia paese cambia fortuna). Esprime la grande illusione e il motore psicologico che spingeva le donne ad accettare la procura: l’idea che varcare l’oceano avrebbe radicalmente migliorato la loro sorte economica.
Le spose per procura lasciavano per sempre la famiglia e la propria terra, spesso senza fare mai ritorno.
- “Beatu d’aceddu, ca fa u niru a lu so paisi” (Beato quell’uccello che fa il nido nel suo paese). Un proverbio intriso di profonda nostalgia per quelle donne costrette a emigrare e a “fare il nido” (che vuol dire famiglia) in terre ostili e lontane dalle proprie radici, magari provando delusioni e ferite che non si sarebbero mai rimarginate, specie quando trovavano la brutta sorpresa di mariti anziani, brutti di carattere, possessivi, gelosi e non corrispondenti alle immagini delle foto inviate in fase di proposta di matrimonio per procura: “Megghiu n’ovu oggi ca ‘na jaddina dumani!”.
- “A bona maritata, sta luntanu da soggira e cugnata” (La donna fa un buon matrimonio quando è lontana dalla suocera e dalla cognata). Se in patria indicava la tranquillità di non avere parenti del marito tra i piedi, nel contesto dell’emigrazione assumeva una sfumatura tragicomica.
Nella cultura contadina dell’epoca, il matrimonio non era basato sull’amore, ma sulla necessità di trovare una sistemazione.
- “L’omu pi lu servimentu e la fimmina pi lu manenimentu” (L’uomo si sposa per essere servito e la donna per garantirsi il mantenimento). Il proverbio descrive il freddo “contratto” della procura: l’emigrato all’estero mandava a chiamare una moglie per avere una donna che badasse alla casa e ai figli nella nuova terra.



















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