CARAVAGGIO, POETA DELLA LUCE E REALISTA PURO

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ARTE

A cura di Maria Cristina Torrisi

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La vita di Michelangelo Merisi, universalmente noto come Caravaggio (1571–1610), non fu solo quella di un pittore, ma di un vero e proprio romanzo d’appendice fatto di ombre profonde, lame affilate e una ricerca ossessiva della verità. Mentre i suoi contemporanei dipingevano figure angeliche e idealizzate, Caravaggio portò la strada nei palazzi della Chiesa. Usava come modelli prostitute, mendicanti e persone comuni, trasformandoli in santi e martiri.
La sua tecnica non era solo estetica, ma psicologica. Attraverso le sue opere la luce squarcia il buio per isolare il momento drammatico, come un riflettore su un palcoscenico.
Nelle opere è presente il realismo crudo: se un santo aveva i piedi sporchi, Caravaggio dipingeva i piedi sporchi. Questo gli valse fama, ma anche feroci critiche e rifiuti da parte dei committenti più conservatori.
Caravaggio non era esattamente un tipo “da studio”. Il suo fascicolo giudiziario a Roma era lungo quanto l’elenco delle sue opere. Era noto per il suo temperamento collerico, le risse nelle taverne e il porto d’armi abusivo.
“Nec Spe, Nec Metu” (Senza speranza, senza timore) era il suo motto non ufficiale, che riassumeva bene la sua esistenza spericolata.
Il punto di svolta avvenne nel 1606, quando durante una rissa per un fallo in una partita di pallacorda (l’antenato del tennis), uccise un uomo di nome Ranuccio Tomassoni. Condannato a morte per decapitazione, fuggì da Roma, iniziando un esilio disperato tra Napoli, Malta e la Sicilia.
Negli ultimi anni della sua vita, il tema della decapitazione divenne un’ossessione pittorica. Nel celebre Davide con la testa di Golia, Caravaggio dipinse il proprio volto nella testa mozzata di Golia, quasi a voler espiare la propria colpa o a prefigurare il proprio destino.
Morì a soli 38 anni sulla spiaggia di Porto Ercole, nel 1610, mentre cercava di tornare a Roma per ricevere la grazia papale. Le cause sono ancora oggi oggetto di dibattito: febbre malarica, infezioni, o forse un omicidio per vendetta. Perché lo ricordiamo oggi?
Caravaggio ha insegnato al mondo che il sacro può abitare nel profano. Ha influenzato giganti come Rembrandt, Velázquez e persino il linguaggio cinematografico moderno (molti registi, da Scorsese a Storaro, citano le sue luci come ispirazione primaria).