“La meta lontana del passato” di Alfonso Sciacca. Il valore intellettuale dei classici e il loro rapporto con il tempo

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RECENSIONI ED EVENTI

A cura di Giovanni Vecchio

Alfonso Sciacca con “La meta lontana del passato. Pro nobis fabula narratur”(Galatea FM, 2026) ci propone un viaggio intellettuale e spirituale attraverso l’opera di Erodoto, definito “maestro di saggezza e scrittura”. Il fulcro della riflessione dell’autore risiede nel valore intellettuale dei classici e nel loro rapporto con il tempo.

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La lettura di Erodoto trasporta il lettore in un’epoca antichissima, un “tempo senza tempo” che si distacca dalla nostra quotidianità. L’incontro con i classici – afferma Sciacca – è come un’esperienza che ci prende “per mano”, rendendoci più forti e coraggiosi. Nonostante la distanza millenaria, questi “Paradigmi” del passato mantengono una solidità e un fascino solenne.

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 A differenza dei viaggi turistici fatti per curiosità, questo è un percorso mitico e suggestivo che ci mette faccia a faccia con modelli eterni. L’obiettivo finale di questa immersione nel passato – precisa ancora l’autore – non è l’evasione, ma il ritorno alla realtà presente. Dopo aver letto i racconti di Erodoto, il lettore torna alla propria vita breve e frammentaria con una determinazione e una consapevolezza più forti per affrontare il proprio “qui e ora”, perché il passato lontano di Erodoto non è un mondo morto, ma una fonte di verità e attualità che serve a dare maggior senso e vigore al nostro presente.

L’analisi dell’opera di Erodoto suggerisce una riflessione filosofica sulla concezione del tempo e della storia. Attraverso le vicende dei re dell’antica Grecia (Corinto, Epidauro), emerge un insegnamento universale: le sventure sono spesso proporzionate al potere e nessuno, per quanto grande, può sottrarsi al dolore e alla morte. Da qui la tesi della “stanca ripetizione” ovvero che la storia non presenta un progresso lineare, ma una ciclica replica di eventi e gesti passati. Il passato riemerge costantemente nel presente sotto “panni nuovi”, rendendo la storia un teatro in cui cambiano solo i nomi dei protagonisti, ma non la sostanza delle dinamiche umane. Nonostante il senso di angoscia che può derivare da questa visione circolare e ripetitiva – citando il concetto di eterno ritorno di Micea Eliade – l’autore conclude che la storia rimane fondamentale e funge da maestra di vita in quanto è proprio attraverso il racconto e la narrazione che i fatti acquistano significato, permettendoci di comprendere logiche profonde che governano l’esperienza umana. Il testo di Sciacca invita a guardare al passato non come a un mondo lontano, ma come a uno specchio sempre attuale che rivela la persistenza delle stesse passioni e sofferenze umane nel tempo. Molto interessante quanto proposto nel capitolo “La grande cornice della storia”, nel quale troviamo una riflessione profonda sulla natura della storiografia e dove si analizza il rapporto complesso tra i fatti accaduti (res gestae) e la loro narrazione (historia rerum gestarum). La storia non è un semplice elenco di avvenimenti. Richiede eleganza formale e struttura, poiché si inserisce nella “cornice della nostra umanità”, che accompagna l’uomo sin dalle origini ed è un libro perennemente in scrittura, senza interruzioni, caratterizzato da continue revisioni e correzioni, il che rende difficile sia scriverla che leggerla. L’evento originale (l’archetipo) esiste solo nell’istante in cui accade. Una volta che viene raccontato, subisce inevitabilmente una trasformazione formale e sostanziale, influenzata dalla volontà dello storico e dalle convenzioni letterarie del tempo. Esiste una contesa costante – afferma Sciacca – tra il fatto e la parola. Sebbene il fatto sia la materia prima, è la narrazione a “vincere” e a preservare l’evento dall’oblio. Senza il racconto dello storico, le res gestae svanirebbero nella vanità dell’effimero. In effetti la Storia non è la mera oggettività dei fatti, ma un atto creativo e selettivo indispensabile per dare senso al tempo e preservare l’eredità dell’umanità. Sciacca concentra poi l’attenzione su un femminicidio dell’antichità e traccia immediatamente un parallelismo con la contemporaneità. Il femminicidio viene descritto come una piaga sociale antica e moderna, che persiste a dispetto di leggi e proclami. Alla base di questa violenza c’è una radice culturale patriarcale. Il testo affronta anche il tema politico prendendo spunto dal discorso del corinzio Socle. Condanna la tirannide come il male peggiore al mondo perché sottomettervisi equivale a rinchiudersi in una prigione senza via d’uscita. L’autore sottolinea il valore etico e universale di questo discorso tramandato da Erodoto, il quale non parlava solo ai suoi contemporanei, ma soprattutto ai posteri, offrendo la democrazia ateniese come paradigma fondativo e universale. Sciacca affronta quindi il concetto di Tiranno e la mancanza di responsabilità e si sofferma su Periandro e l’uccisione della moglie , “la dolce Melissa”, e i riti di riparazione post mortem. In questo contesto descrive l’esistenza di un “filo trasparente” che attraversa tutte le vicende umane, sia dolorose che piacevoli. Questo elemento non risiede negli eventi in sé, ma si annida nell’uomo, oscillando costantemente tra il sacro e il profano. Se per i Greci l’esperienza religiosa era qualcosa di misterioso e spaventoso attraverso cui sperimentare la precarietà e il dramma dell’esistenza, un tormentato rapporto tra l’umano e il divino espresso magistralmente nella tragedia, nei suoi racconti (Storie), Erodoto esprime invece una sorta di “teologia elementare”. Pur non essendo un teologo in senso moderno (poiché non si immerge in complesse dottrine estranee alla sua cultura), Erodoto mostra una profonda sensibilità per la presenza divina nei fatti umani. A differenza di altri storici che cercano di spiegare l’uomo unicamente nella sua dimensione terrena, Erodoto si ferma dinanzi all’inspiegabile e all’irrazionale che va oltre l’essere umano.

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Il libro di Sciacca merita una lettura accurata di ogni parte che non può essere descritta in questa recensione. Tuttavia, prima di concludere, intendo rivolgere l’attenzione al cap. 21 “Come un breviario”, nel quale Sciacca ribadisce che raccontare non richiede solo una conoscenza accurata degli eventi accaduti, ma soprattutto la capacità del narratore di comprendere il senso vero e oggettivo, andando oltre la superficie e le apparenze ingannevoli. L’autore evidenza come moltissime persone vivano paradossalmente conoscendo solo l’aspetto esteriore della propria esistenza (come la copertina di un libro che non si leggerà mai). Andare in profondità e praticare il “conosci te stesso” è l’atto più impegnativo e drammatico della vita. Per paura o incapacità, molti evitano questo esame interiore. C’è chi non legge nemmeno il titolo (e in questo caso l’ignoranza di sé porta a una finta felicità). Chi legge solo le prime pagine per distrazione o mancanza di voglia. Chi si ferma quasi alla fine per paura di scoprirsi del tutto. Pochissimi leggono il proprio libro fino in fondo. Di conseguenza, la maggior parte delle persone arriva alla morte distratta, quasi scherzando, provando un’ingenua meraviglia. Gli esseri umani tendono a “prendersi gioco di se stessi”, relegando la cruda realtà della vita in un angolo remoto per vivere nell’apparenza. Si crea un divario tra il vissuto genuino e il narrato fantasioso. Spesso l’uomo è così immerso nel quotidiano da non riuscire a staccarsene, finendo per raccontarsi attraverso il “verosimile” (che non è il vero). L’autore si interroga su chi sia davvero felice: coloro che affrontano con coraggio la dura realtà, o coloro che riescono a inventarsi una vita parallela e fantastica, fatta solo di apparenze, fuggendo da ciò che sono chiamati a vivere. Questo capitolo si chiude con una riflessione sul senso della storia. Erodoto non scrive un libro di etica o filosofia, ma mette il lettore di fronte a paradigmi vivi e reali con cui confrontarsi. Il suo libro di Storie diventa così un breviario dell’esistenza umana, lungo e complesso. Più aumenta la distanza temporale da questi eventi, più il racconto diventa “vero e schietto”. Il tempo funge da filtro, eliminando il superfluo e lasciando emergere la verità pura. In definitiva, la lettura della storia e della vita ci costringe ad andare oltre il primo e ovvio manifestarsi dei fatti, spingendoci a comprendere l’occulto e l’invisibile che sovrastano e intessono la nostra stessa esistenza, per quanto ciò possa fare paura o sembrare paradossale.