PILLOLE DI SAGGEZZA POPOLARE SICILIANA. A “fimmina fuiùta”

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MEMORIE

A cura di Giuseppe Firrincieli

Ambasciatore dell’Identità Siciliana nel Mondo, dell’Accademia EuroMediterranea delle Arti

Sesta puntata

In questa sesta puntata presentiamo un detto, molto usato in Sicilia, fino agli Settanta e Ottanta del secolo scorso, ma oggi quasi dimenticato.

“ Ti curcasti nto lettu a farina”,

“A Fuitina” , “A fuitina ca forza” e “U corpu d’impunimentu”.

“A fimmina fuiùta, non chiù vergini, s’avia spusari nta saristìa,  senza abbitu biancu e sulu ca prisenza de testimoni !!!”.

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Questa testimonianza storica e antropologica è preziosa. La chiave sta proprio nella Sicilia orientale  e nelle dinamiche sociali fino alla metà del 900. Gli anni 50 del dopoguerra  sono le ultime testimonianze di un periodo in cui la cronica  fame  era diventata  un ricordo vivido a partire dall’Unità d’Italia e, proprio la ricchezza, veniva misurata in beni alimentari primari.

La farina, come simbolo di assoluta abbondanza in quel preciso spaccato storico e geografico, non era solo un ingrediente alimentare primario, ma il simbolo della sopravvivenza e della ricchezza nelle case e nella vita di ogni famiglia. Quante divinità nella corso della storia dell’uomo, in Sicilia, sono state associate al dono del frumento primo alimento di vita, da Gereatide e Kore, a Cerere e Proserpina, per arrivare, con il cristianesimo,  a Gesù, “U Signuruzzu” e la Madonna, “ A Madunnuzza”.

Ritornando al detto in esame, nelle case dei grandi proprietari terrieri  e dei commercianti benestanti, i sacchi di farina erano enormi e pieni. Il peso non veniva misurato in chili, o in quintali, o  tonnellate, ma a sarmi, a tummini, e a rotoli.  Il detto “Chidda, ca co so spusaliziu, si curcau nto lettu a farina”,  assume un significato di compiacimento ironico, ma, nel frangente, festoso ed affettuoso.

Il letto di farina indica l’abbondanza e la sicurezza dello stare bene per una ragazza povera che si vuole sposare. Il lusso stava nel non dover più contare i grammi di farina o i chicchi di grano per sfamare una famiglia.

Fino agli anni Ottanta del secolo scorso, in Sicilia era frequente la  “fuitina”, un meccanismo di unione fra due giovani, uomo e donna, spesso il più delle volte concordato tacitamente, fra la coppia, ma prima e nei secoli scorsi, spesso usato persino con la forza.  La fuitina veniva usata, principalmente  per superare le barriere di classe o i dinieghi dei genitori. Se una ragazza del popolo, grazie alla sua bellezza, faceva innamorare  il figlio di un ricco proprietario  e concretizzare il matrimonio, per la comunità era un vero e proprio colpo di fortuna epocale. La fuitina diventava una bellissima speranza di vita agiata per la giovane donna e per i suoi genitori ed il conseguente matrimonio riparatore  era un vero colpo di fortuna.

Ecco che la lingua popolare siciliana riesce a proiettare un’ immagine grafica ( una donna immersa nella farina) della vera gioia che esprime il matrimonio tra due innamorati, immersi nella felicità.

Questo tipo di matrimonio,  voluto per amore dei fidanzati, durava una vita intera, mentre il matrimonio con la dote, con atto notarile, come fosse un contratto di compravendita, affaristico per i genitori, finiva principalmente in tradimenti e delitti d’onore. Sovente anche con la legittimazione di figli avuti fuori dal matrimonio, dall’ amante di turno o del soldato straniero che in tempi di guerra si trovava sul territorio dell’ Isola. A quei tempi non esisteva la prova del DNA, ovvero primeggiava il detto latino: “Mater certa, pater incertum”. Di ultimi accadimenti, se ne sono verificati parecchi durante la permanenza di truppe tedesche in Sicilia con la seconda guerra mondiale. Fenomeno ripetitivo  nell’Isola, sin dai tempi del Vespro del 1285, quando i soldati angioini non avendo caserme dove soggiornare, per “ ’mpunimentu” del Re Carlo d’Angiò,  dovevano essere ospitati nelle case della gente. La gelosia diventò la causa scatenante, ovvero il casus belli della famosa “Rivoluzione del Vespro”. Ai siciliani non importava tanto la grave crisi economica, imposta dagli angioini, ma il loro odio, disprezzo e arroganza nei confronti dei siciliani; la violenza nei confronti delle loro mogli, figlie, nipoti, madri e sorelle.

Questa Analisi storica fotografa una realtà antropologica profonda della Sicilia, fino al secolo scorso: il matrimonio d’amore,  spesso consacrato con la fuitina da un lato e dall’altro e il matrimonio di interesse, combinato dai genitori come un vero e proprio accordo aziendale. Con l’assenza di amore, il matrimonio tra estranei facilitava la ricerca di affetto e comprensione al di fuori del matrimonio. I tradimenti erano istituzionalizzati e il delitto d’onore, tutelato dalla Legge dello Stato italiano fino al 1981, veniva regolamentato  dall’ articolo 587 del Codice Penale. Da non dimenticare che esistevano tre tipi di fuitina: la prima voluta da entrambi i protagonisti, la seconda quando i giovani innamorati venivano consigliati dai genitori a compiere il gesto della Fuitina, perché le famiglie erano in crisi economica e non avevano le finanze per affrontare il costo della sala e nemmeno delle spese della dote e delle bomboniere. La coppia fuiùta non aveva diritto di sposarsi in chiesa davanti all’altare ma in sacrestia e solo alla presenza dei testimoni, perché una donna non vergine al matrimonio non poteva nemmeno indossare l’abito bianco.

La terza; chiamata “Fuitina ca forza”, era un genere di azione violenta. Il più delle volte voluta dal maschio, quando la donna  lo rigettava. La “Fuitina Furzata” e il Ratto in lingua italiana, era un vero e proprio atto di violenza e sopraffazione ai danni della donna.

La donna che non voleva l’uomo e rifiutava il fidanzamento o il matrimonio, veniva presa a forza dallo spasimante, spesso con l’aiuto di amici e nascosta per tre giorni. Con la forza e con l’isolamento si creava lo scandalo pubblico sulla castità della ragazza che era costretta ad accettare le nozze per non restare “disonorata” agli occhi del paese.

La storia è cambiata grazie a donne coraggiose come Franca Viola, che in Sicilia, nel 1965, ha detto no al suo rapitore. Nel 1981 l’Italia ha poi cancellato per sempre la legge sul matrimonio riparatore  dal codice penale.

Riguardo ai figli illegittimi, nati fuori dal matrimonio e poi legittimati dal marito, diventava un segreto di Pulcinella nei paesi. Per evitare scandali pubblici ed evitare la polverizzazione delle doti, il marito spesso riconosceva legalmente i figli per garantire il buon nome della famiglia, perché questo contava più della verità biologica. Addirittura, durante la seconda guerra mondiale, la presenza di truppe straniere nell’Isola con lo sbarco angloamericano, la fame, la solitudine delle donne rimaste a casa e il fascino dell’esotico portarono a molte relazioni clandestine ed i bambini nati in quel periodo, spesso con tratti somatici palesemente diversi da quelli paterni, venivano ugualmente registrati a nome del marito, magari tornato dal fronte, per salvare le apparenze, ma no per occultare la verità. I “chiacchiri di curtigghiu” non li fermava nessuno e, appena il bambino veniva portato fuori, in piazza si facevano le scommesse sulle origini del bimbo, americano, canadese o inglese. La fuitina d’amore della ragazza bella e povera con il giovane ricco, pur nascendo come un atto di ribellione che scardinava le regole sociali, paradossalmente  creava un nucleo familiare più solido. Essendo una scelta basata sull’attrazione  e sul sentimento univoco, resisteva meglio alle intemperie della vita, perché non c’erano accordi di dote , ma un legame  vero da custodire.