CATULLO: IL POETA NON BINARIO DELLA LETTERATURA LATINA

Gaio_Valerio_Catullo

MEMORIE DI UN PERSONAGGIO 

A cura di Salvo Germano

Esiste un personaggio molto prima di Tinder: perché Catullo è ancora il re del “dating drama”.

Se pensate che il ghosting, le relazioni tossiche siano invenzioni dello smartphone, non si è mai letto Catullo.

Oltre duemila anni fa, questo ragazzo, nato nell’84 a.C. circa, arrivato a Roma dalla provincia di Verona, scriveva cose che oggi finirebbero dritte in una playlist di canzoni hard, o relegate alla letteratura erotica, che farebbero impallidire persino Vladimir Nabokov, autore di “Lolita”.

Messenger_creation_6E07B9DC-C0E4-402A-B60E-6078C2187C23

Busto di Catullo 

presso la Protomoteca della Biblioteca civica di Verona

Catullo non parlava di amore platonico o di cuoricini ideali. Per lui l’erotismo era carne, ossessione, battito cardiaco accelerato e, ammettiamolo, un bel po’ di dramma.

Il bacio non è una metafora

Prendiamo il suo pezzo più famoso:

il Carme 5 quello dei famosi mille baci. Catullo non sta corteggiando la sua donna, Lesbia, con promesse romantiche sul futuro. Le sta dicendo: “Senti, la vita è breve, la gente sparla, noi fottiamocene e baciamoci finché non perdiamo il conto”.

C’è un’urgenza fisica, quasi disperata. L’erotismo in Catullo non è un corteggiamento educato, è un assalto ai sensi. C’è il sudore, la pelle, il desiderio di consumare il momento prima che scenda la notte. La vista della donna amata provoca una paralisi sensoriale: la lingua si spezza, un fuoco sottile scorre sotto le membra.

L’erotismo non si limita alla contemplazione estetica, ma aggredisce il corpo del poeta, manifestandosi come una forza distruttiva e incontrollabile.

La parte più interessante arriva appunto quando le cose iniziano ad andare male. Lesbia, il cui vero nome era Clodia, una nobildonna romana decisamente libera e precorritrice dei tempi, lo tradisce, lo lascia, ci ripensa, lo ignora.

E Catullo come reagisce?

Il famosissimo Odi et amo, (Odio e amo), carme 85, è in sintesi la scissione dell’io lirico di fronte a un oggetto d’amore che non rispetta il patto di fedeltà. L’erotismo per Lesbia si trasforma così in morbus (carme 76), una malattia dell’anima che il poeta prega gli dei di estirpare, svelando la parabola tragica di un desiderio che si nutre della propria sofferenza.

Il riassunto perfetto di quando una persona ci fa male, ma non si riesce a staccarsene.

“Mi chiedi come faccia? – scrive Catullo –

Non lo so, ma succede e mi sto sbranando da solo”.

È la descrizione millenaria della dipendenza affettiva.

È lo scardinamento del codice etico tradizionale del cosiddetto “mos maiorum”. (lett.costumi degli antenati)

È la cosa che scuote davvero la poesia erotica di Catullo.

È la sua totale libertà. Non si fa problemi a mostrarsi debole, ferito e sottomesso a una donna (cosa che nella Roma maschilista dell’epoca repubblicana era uno scandalo totale).

E non si limita a Lesbia: scrive versi omoerotici di una sensualità pazzesca e gelosa anche per il giovane Giovenzio. (carmi 15, 24, 48, 81, 99)

Per Catullo l’erotismo non ha barriere di genere o di convenzione sociale. Conta solo l’intensità del fuoco. Se brucia, va scritto, anche se l’eros omoerotico in Catullo mantiene una forte componente di aggressività fallica e di rivendicazione del primato virile.

Perché leggerlo oggi?

Perché ci ricorda che cambiano le tecnologie, cambiano le epoche, ma il modo in cui il nostro corpo e la nostra mente reagiscono al desiderio è rimasto identico. Catullo è stato il primo a scrollarsi di dosso la censura per dirci che l’amore fa schifo, fa volare, fa impazzire e, soprattutto, ci rende terribilmente umani.

La prossima volta che qualche lettore abbia a scrivere un messaggio lungo un chilometro a chi non vi corrisponde, ricordatevi che duemila anni fa c’era un romano che faceva esattamente la stessa cosa.

Ma in versi bellissimi.

Catullo era semplicemente un visionario o semplicemente uno di noi?