RECENSIONI
TRA MITI, FATE E BRIGANTI: VIAGGIO NEL CUORE DELL’ETNA CON IL LIBRO DI MARIO PAFUMI
A cura di Maria Cristina Torrisi
Chi l’ha detto che il mondo incantato delle fate, dei folletti e degli gnomi appartenga esclusivamente al folklore del Nord Europa o dell’Irlanda? Alle pendici dell’Etna, tra boschi rigogliosi e torrenti nascosti, sopravvive un “piccolo popolo” millenario pronto a stupire chiunque voglia mettersi in ascolto.

A raccogliere e custodire queste e molte altre gemme della tradizione popolare è il volume “Leggende leggendarie dell’Etna e di Sicilia” di Mario Pafumi (raccolta antologica a cura di Salvatore Musumeci, edizioni I.C.S. “F. De Roberto” di Zafferana Etnea). Un’opera affascinante che si muove agilmente tra storia, fede e mistero.
Il libro non è una semplice raccolta di storie, ma un vero e proprio viaggio antropologico e toponomastico nel territorio etneo. Sfoggiando sezioni evocative come “Mostri, Spiriti e Fantasmi”, “Truvaturi, Diavoli e Streghe” o “Leggende favolose del versante orientale dell’Etna”, l’autore ci guida alla riscoperta di luoghi simbolici.
Un esempio su tutti è la contrada nota come “Cerza di Federico”, legata alla memoria di una grande quercia secolare, o le leggende fiorite attorno a specifici eventi storici e religiosi, come la nascita della chiesetta a Macchia di Giarre legata al quadro miracoloso della Vergine Addolorata (detenuto da una popolana soprannominata ‘a Munachedda).

Un aspetto di straordinario interesse che emerge dalle pagine del libro è il legame profondo tra il folklore e le ferite della storia siciliana. Pafumi dedica ampio spazio alla figura del brigante nel Settecento, analizzandolo non solo come fenomeno criminale, ma anche drammatica conseguenza di calamità naturali – un esempio è il devastante terremoto del 1693 — carestie ed estrema povertà.
E così, figure storiche e leggendarie si fondono: dal celebre brigante Luca “Tagliaborsa” (la cui conversione si intreccia con l’apparizione mariana a Mascali e Giarre) a figure epiche e ribelli come la principessa-brigante Maretta o il brigante Musarra. In queste storie, la violenza del quotidiano viene trasfigurata in leggenda, diventando lo specchio dell’orgoglio e della resilienza di un popolo.
Leggende leggendarie dell’Etna e di Sicilia si rivela una lettura preziosa per chiunque ami la propria terra o voglia esplorarla oltre i soliti itinerari turistici. Come recita la quarta di copertina, “i miti non sono mai ‘soltanto storie’, ma scrigni di saggezza ed etica”. Un libro che ci ricorda come l’Etna non sia solo un maestoso vulcano, ma una vera e propria “creatura mitologica” che continua a respirare attraverso le storie tramandate nei secoli.

Rimanendo entusiasta dalla lettura del libro di Mario Pafumi ho voluto intervistarlo per la Rivista di Arte e Cultura Nuove Edizioni Bohémien.
D: Mario, l’Etna non è soltanto un colossale vulcano attivo, ma una presenza viva, un archivio a cielo aperto di storie, misteri e memorie che rischiano di sbiadire nel tempo. Nella tua opera scavi nel folklore e nell’anima più profonda della nostra terra.
R: Ti ringrazio per aver colto la natura del mio sguardo. La mia prospettiva nasce proprio dal rifiuto di vedere il vulcano come un semplice oggetto di studio geografico o come una minaccia da temere. Per me, l’Etna è un prisma culturale attraverso cui decifrare l’anima siciliana. Chi vive alle sue pendici non abita semplicemente “vicino” a un vulcano, ma sperimenta una forma di coesistenza filosofica con l’assoluto. La terra dell’Etna impone una precisa postura mentale di fronte alla vita: il fatalismo attivo. La consapevolezza, cioè, che tutto può essere sommerso dalla lava in poche ore non genera paralisi, ma una straordinaria e ostinata spinta a ricostruire, a “rimboccarsi le maniche”. È un ciclo continuo di distruzione e rinascita. La sacralità del quotidiano: nel folklore contadino, la dicotomia tra il bene e il male si annulla. Il vulcano distrugge i raccolti ma, al tempo stesso, rende la terra incredibilmente fertile, donando la linfa ai nostri vigneti e frutteti. Il distruttore è anche il grande nutritore. La stratificazione del mito, infine: dalle fucine sotterranee di Efesto al velo miracoloso di Sant’Agata che ferma la lava, la nostra cultura ha sempre sentito il bisogno di umanizzare il vulcano, traducendo il boato della terra in un linguaggio comprensibile al cuore.
D: Sfogliando il tuo libro si entra in un universo inaspettato fatto di fate, gnomi, briganti e spiriti. Da dove nasce l’esigenza di raccogliere queste storie?
R: L’esigenza di raccogliere queste storie non nasce da una semplice curiosità folcloristica, ma da una profonda urgenza etica e identitaria. Quando si sfogliano queste pagine e ci si imbatte in fate, briganti o spiriti, non si sta leggendo una raccolta di favole della buonanotte, ma si sta guardando dentro lo specchio emotivo e psicologico di un popolo. C’è una ragione profonda per cui l’Etna ha generato questo specifico universo fantastico, come l’umanizzazione dell’invisibile. Vivere alle pendici di un gigante imprevedibile impone il bisogno umano di dare una forma al mistero. Tradurre il boato della terra nel riso di un folletto (u ruffanieddu) o la nebbia improvvisa nell’inganno di uno spirito era il solo modo che i nostri antenati avevano per dialogare con la natura, per non sentirsi schiacciati dalla sua immensità e per rendere l’ignoto un vicino di casa con cui poter convivere. E poi c’è da fare i conti con la geografia sacra del territorio: ogni grotta, ogni bosco millenario e ogni frattura della roccia lavica in questo libro non sono semplici coordinate geografiche, ma spazi sacri protetti dal mito. Associare la Grotta delle Fate o il covo di un brigante a un luogo reale significava imprimere nella memoria collettiva il rispetto per quel territorio, tramandando una mappa fisica che era, al tempo stesso, una mappa spirituale. Infine, ritengo che questo lavoro sia un atto di resistenza contro l’oblio: oggi viviamo in un’epoca che tende a omologare tutto e a cancellare la memoria orale in nome di una razionalità puramente tecnologica. Raccogliere queste storie significa compiere un salvataggio in extremis. Ogni volta che un anziano custode di questi racconti scompare, un pezzo di questa montagna si spegne per sempre. Questo libro, insomma, è il mio tentativo di mantenere accesa quella capacità di meravigliarsi che rischiamo di perdere. È un invito a camminare sui sentieri dell’Etna non da semplici turisti frettolosi, ma da viandanti capaci di ascoltare il sussurro delle anime e delle storie che riposano sotto il basalto.
D: Nel libro si fa un paragone suggestivo, accostando le leggende delle pendici dell’Etna persino al mondo anglosassone e irlandese. Ci racconti meglio questo “piccolo popolo”?
R: Questo parallelismo dimostra che, di fronte al mistero della natura, l’umanità risponde con gli stessi archetipi, unendo l’Etna all’Irlanda attraverso il filo invisibile della meraviglia. I nostri “fudditti” non hanno nulla da invidiare ai leprechaun celtici: custodiscono tesori, abitano i tronchi dei grandi alberi millenari e si divertono a confondere i viandanti tra le rocce laviche.
Però fermiamoci qui. Non voglio svelare troppo né togliere il gusto della sorpresa: le regole segrete per scovare le loro truvature (i tesori nascosti) e i dettagli dei loro patti bizzarri sono custoditi tra le pagine del volume. Il consiglio migliore è quello di sfogliare il libro, lasciandosi guidare capitolo dopo capitolo in questo viaggio inaspettato.
D: Accanto alla magia e alle fate, il libro dà grande spazio a figure storiche e leggendarie come il brigante Musarra o la principessa Maretta, e analizza il fenomeno del banditismo settecentesco. Come si intrecciano storia e leggenda?
R: Nello spazio culturale dell’Etna, storia e leggenda si fondono attraverso un processo di mitizzazione della realtà sociale, dove la cronaca del banditismo settecentesco viene assimilata dal folklore per rispondere a istanze di giustizia e riscatto popolare. Le impervietà geomorfologiche del vulcano – come le grotte laviche e i fitti boschi – hanno storicamente offerto un rifugio ideale ai fuggiaschi, trasformando la montagna stessa nel palcoscenico di questa transizione da dato storico a mito.
Questo intreccio si può articolare su tre livelli epistemologici: 1. Eroi sociali e riscrittura etica. Figure come la principessa Maretta di Maletto o il brigante Musarra smettono di essere meri attori di dinamiche criminali o feudali. La memoria collettiva li rielabora come paladini dei ceti subalterni contro l’oppressione baronale, trasformando il bandito in un eroe tragico.
2. Toponomastica e sacralizzazione dello spazio. La realtà storica si ancora al territorio attraverso i luoghi. Un esempio è la Rocca Musarra nella Valle del Bove, dove il nome di un brigante in carne e ossa viene impresso su un monumento geologico permanente, istituzionalizzando la memoria dell’individuo nel paesaggio vulcanico.
3. Catarsi comunitaria. Il folklore agisce come un dispositivo di compensazione. Laddove la legge dei viceré non garantiva giustizia, la narrazione leggendaria interveniva a colmare il vuoto, conferendo ai banditi poteri quasi soprannaturali di protezione del territorio e giustificandone la ribellione.
Il testo analizza questo fenomeno non come una distorsione della verità storicamente accertata, ma come una preziosa fonte documentaria per comprendere la psicologia collettiva e le tensioni sociali della Sicilia del Settecento.
D: A chi è dedicato questo viaggio antologico e quale messaggio vorresti che arrivasse ai lettori più giovani?
R: Questo viaggio antologico è dedicato prima di tutto a mia moglie Agata, il cui amorevole supporto e la cui infinita pazienza sono stati la linfa vitale di questa ricerca. Ed è proprio nel nome di Agata – che per noi siciliani incarna il legame più profondo con la nostra terra e la protezione del vulcano – che questo libro si rivolge alle giovani generazioni. Dal punto di vista pedagogico ed educativo, la trasmissione della cultura siciliana ai giovani deve basarsi sulla considerazione che la fiaba qui è un dispositivo formativo. Le leggende dell’Etna e di Sicilia non sono intrattenimento d’altri tempi, ma strumenti educativi. Attraverso il mito e il folklore, i ragazzi sviluppano l’empatia e imparano a decodificare le complessità della vita, la paura dell’ignoto e il valore del rispetto per il territorio, proprio come volevano i nostri avi. Raccontare ai giovani che i boschi e le grotte laviche erano abitati da spiriti e fate serve a stimolare un profondo senso di responsabilità verso l’ambiente. La natura smette di essere una risorsa da sfruttare o uno sfondo per i selfie e diventa un organismo vivente da custodire. Il dialogo tra gli anziani (custodi della memoria) e i ragazzi (eredi del futuro) combatte l’analfabetismo emotivo e l’isolamento digitale. Conoscere le proprie radici permette ai giovani di aprirsi al mondo globale senza smarrire la propria identità.
Educare i ragazzi attraverso il nostro patrimonio di storie e di leggende significa consegnare loro una bussola etica: la consapevolezza che sotto il basalto non c’è solo pietra, ma il patrimonio genetico e spirituale di un popolo che ha sempre saputo rinascere dalle proprie ceneri.


















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