MEMORIE
A cura di Giuseppe Firrincieli
Ambasciatore dell’Identità Siciliana nel Mondo, dell’Accademia EuroMediterranea delle Arti
Quinta puntata
Oggi presentiamo un appellativo, molto usato in Sicilia, e le sue origini, persino dolorose, che hanno segnato una brutta storia della fanciullezza siciliana, fra l’Ottocento e il Novecento, e che oggi, ahimè, rischiano di essere dimenticate.
“Carusu” e “Carusanza”
Tra l’Ottocento e il Novecento, il termine “I Carusi” indicava i giovanissimi lavoratori (spesso sotto i 14 anni) impiegati nelle miniere di zolfo. Oggi il termine è ben conservato nella lingua siciliana, specie nella massima area della provincia etnea, per voler significare: ragazzo, giovane, “bravu carusu”.
La vita dei carusi nelle zolfare, fra l’Ottocento e i primi decenni del Novecento, assunse un significato drammatico, indicando i ragazzini, tra i sei e i quattordici anni, che trasportavano a schiena, sfruttati nelle miniere e per i cunicoli, il minerale estratto. Il lavoro dei carusi consisteva proprio nel trasportare, dalle cave delle miniere dove i picconieri estraevano lo zolfo, fino alla posa nei carri. In pratica i ragazzini salivano, dalle strette gallerie all’esterno delle cave, pesanti sacchi sulle spalle, spesso fino a 30, 40 chili. I carusi, lavoravano quasi del tutto nudi, a causa del caldo soffocante, nelle cave di zolfo, per mancanza di ventilazione. I genitori, spinti dalla fame e da una povertà estrema, in cambio di un anticipo di denaro, davano ai picconieri, in forma di manovalanza, i propri figli, usati come una sorta di pegno e, quando potevano restituire i soldi in prestito, i carusi venivano lasciati andare liberi, o, per la maggiore, continuare il medesimo lavoro come manovali. Quel tipo di “Pegno umano” era definito “U pignu”. In termini più chiari, il ragazzino, mandato in miniera, serviva come garanzia di pegno per un prestito di denaro. Una forma di schiavitù vera e propria. Sciascia e Pirandello ne parlarono parecchio nelle loro opere. La netta divisione geografica segnò il divario tra carusu a Catania e picciottu a Palermo e nella Sicilia sud occidentale. il termine carusu deriva dal latino cariosus o carus ed è rimasto radicato per indicare un ragazzino calvo, senza capelli, “tignusu”. In pratica, i ragazzini, per non far loro soffrire di caldo nelle miniere, venivano mandati quasi nudi e con il capo rasato a zero. La rasatura diventava d’obbligo e l’igiene serviva ai ragazzini per essere abili al lavoro e non diventare preda di parassiti sul capo, come pidocchi, cimici e zecche. Fu così che a quei ragazzini venne dato l’appellativo di “carusi”.

A Catania e in tutta la Sicilia orientale la parola ha mantenuto il significato generale di ragazzo/giovanotto, pur portando con sé la memoria storica di quel durissimo servaggio minorile condiviso in tutta l’Isola.
Le grandi miniere di zolfo in Sicilia si trovavano nella Sicilia Centro orientale: Centuripe, Caltanissetta, Agrigento e Catania, Porto Empedocle e Licata; quelle collegate con Catania si trovavano nel comprensorio del Calatino e nell’entroterra tra Enna e Catania (come le miniere di Destricella, a Raddusa o quelle di Caltagirone e Ramacca). Nel tardo Ottocento, le miniere di Floristella e Grottacalda (nel territorio tra Enna e Piazza Armerina), rappresentavano il cuore pulsante dell’estrazione dello zolfo in Sicilia ed esportato in tutta Europa.
Sì, alla fine dell’Ottocento in Sicilia esisteva già una rete ferroviaria attiva. Le linee principali collegavano le grandi città costiere e i bacini minerari interni dello zolfo verso i porti d’imbarco.
Fino ai primi del Novecento, i porti di Catania, Porto Empedocle, Girgenti e Licata furono i terminali logistici cruciali per il commercio internazionale dello zolfo siciliano, dominando i mercati europei e mondiali. E molti giovani, che avevano lavorato sin da ragazzini nelle zolfare, collegate con il porto di Catania, non persero tempo a venire nella magnifica e attraente Città commerciale etnea, a cercare lavoro al porto, alla pescheria, nei mercati agricoli e commerciali, nei giardini della “Chiana” e nelle aree industriali e artigianali della ricca Catania, portando con se il termine “carusu”, e consolidandolo nel tessuto sociale, per indicare il giovane garzone o l’apprendista lavoratore nei mercati ortofrutticoli e di pesce, nonché come manovale, muratore, pescatore e persino operaio nelle fabbriche della zona industriale etnea.
L’appellativo “Carusu” e “carusanza” nel catanese non ebbe confini e spazi di tempo limitati perché ancora oggi i suddetti termini sono in uso e molto in auge, e per giunta, in senso positivo per definire un bravo giovane, “bravu carusu”, mentre con il termine: “la carusanza”, viene indicata la fanciullezza, la gioventù ed anche quando si vuole giustificare un peccato veniale di gioventù si dice “E vabbè, cosi di carusanza sunu!”.
Addosso all’appellativo “carusu” vi è un retroscena pregno di emotività.
Leonardo Sciascia ha raccontato lo strazio dei carusi, i ragazzini schiavi nelle miniere di zolfo siciliane, principalmente in opere come Le parrocchie di Regalpetra (1956) e nel racconto L’antimonio (raccolto in Gli zii di Sicilia, 1958), attingendo anche alla sua storia familiare (il nonno e il padre avevano vissuto quel mondo)
In “Le parrocchie di Regalpetra”, Sciascia ricorda che: “Uomini del mio sangue furono carusi nelle zolfare», descrivendo la disumanità di quel lavoro e il risveglio amaro della domenica, quando i minatori e i ragazzi uscivano dal ventre della terra per ritrovare una realtà che faticavano a riconoscere, annegando spesso l’assenza di speranza nell’alcol.
Ancora un racconto straziante, La fuga dalla miniera in Guerra: Ne L’antimonio, il giovane protagonista accetta di partire volontario per la guerra in Spagna non per fede fascista, ma spinto da una paura viscerale della miniera e del gas grisou (chiamato antimonio), arrivando a pensare che la morte sul fronte o la guerra stessa fossero preferibili all’inferno quotidiano della zolfara. Il legame di sfruttamento: I testi di Sciascia riflettono il sistema arcaico del “soccorso morto”, un anticipo di denaro dato ai genitori in miseria con cui i ragazzi venivano di fatto legati a vita e asserviti ai picconieri in un regime di schiavitù minorile.
Anche Luigi Pirandello ha raccontato la drammatica condizione dei carusi sfruttati come schiavi nelle zolfare siciliane, in particolare nella celebre novella “Ciàula scopre la luna” (1907) e nel romanzo “I vecchi e i giovani” (1913). Il Mondo delle Zolfare e i “Carusi” e le condizioni di schiavitù: I carusi erano bambini e adolescenti costretti a trasportare il minerale di zolfo sulle spalle lungo i cunicoli bui e ripidi delle miniere, un lavoro disumano paragonato a una condanna bestiale o da schiavi.
Pirandello conosceva bene questa realtà perché la sua stessa famiglia gestiva miniere di zolfo a Girgenti (Agrigento) e subì un grave tracollo finanziario nel 1903, proprio a causa dell’allagamento e del fallimento di una di queste zolfare. Pirandello parla anche dei turni di notte nelle miniere: “Un ragazzo, costretto ad un turno di notte per trasportare l’ultimo carico di zolfo, esce dalla bocca della cava e non trova il buio spaventoso della notte a cui era abituato, convivendo, con la paura. Notti di terrore, ma viene investito dallo splendore della Luna. Lo spettacolo di quella luce pacifica, lo libera dalla fatica e dalla paura, commovendolo fino alle lacrime in una visione di profonda e istintiva liberazione. Questa la Sicilia dei carusi!


















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