OSCAR WILDE IL DANDY PIÙ CULT DELLA LETTERATURA TRA ANEDDOTI E DRAMMA

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MEMORIE DI UN PERSONAGGIO 

A cura di Salvo Germano

Se Oscar Wilde vivesse oggi, il suo profilo social sarebbe un continuo susseguirsi di polemiche. Un hashtag molto popolare atto a polarizzare il dibattito pubblico, come in questi giorni sta infuocando il caso del gioielliere Roggero e il marocchino Abderrahim Fakir. Colpevolisti e inocentisti. Carcere sì e Carcere no, per Oscar.

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Nato nella Dublino del 1854, questo gigante della letteratura non ha solo scritto capolavori, ma ha trasformato la sua intera esistenza in un’opera d’arte, mossa da un’unica regola assoluta: stupire, divertire e non essere mai, per nessun motivo, noioso.

Per Wilde la vita era una recita e la banalità il peccato mortale definitivo. Ecco perché, ancora oggi, i suoi aneddoti continuano a strapparci un sorriso e a ricordarci che il conformismo è una gabbia da cui si può evadere a colpi di battute fulminanti.

“Non ho nulla da dichiarare, tranne il mio genio”

Nel 1882, Wilde sbarcò a New York per un tour di conferenze. All’epoca l’America era considerata dagli intellettuali europei una terra un po’ rozza e priva di senso estetico. Wilde decise di presentarsi al pubblico d’oltreoceano a modo suo.

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Arrivato alla dogana di New York, quando gli ufficiali gli chiesero se avesse merci di valore o beni di lusso da registrare, lui si sistemò la giacca, guardò il doganiere negli occhi e pronunciò la frase che da sola vale una carriera: “Non ho nulla da dichiarare, tranne il mio genio”. Non sappiamo se il doganiere abbia pagato il dazio sul sarcasmo, ma l’America fu conquistata all’istante.

Un duello di bevute con i minatori del Colorado

Durante lo stesso tour americano, Wilde visitò una città mineraria nel cuore del Colorado. I minatori locali, tipi decisamente duri e abituati a rissa e whisky, si aspettavano l’arrivo di un damerino effeminato da prendere in giro. Wilde si presentò con una giacca di velluto e i capelli lunghi, ma stupì tutti accettando l’invito a scendere in fondo alla miniera per una cena a base di whisky d’annata.

Nelle sue memorie, lo scrittore raccontò che i minatori rimasero sbalorditi dalla sua straordinaria resistenza all’alcol. Wilde bevve quanto loro senza fare una piega, discutendo amichevolmente di arte e letteratura. Quando andò via, i minatori lo definirono “un vero pezzo d’uomo”, dimostrando che l’estetismo non teme nemmeno il carbone.

Una passeggiata al guinzaglio con un’aragosta

Wilde detestava i ritmi frenetici e l’ossessione vittoriana per la produttività. Per protestare contro la fretta della società moderna, si racconta che a volte amasse passeggiare per le affollate vie di Londra portando al guinzaglio un’aragosta viva.

Ai passanti allibiti che gli chiedevano il motivo di quel bizzarro animale da compagnia, lui rispondeva con flemma assoluta che le aragoste non abbaiano e conoscono il segreto del mare, rendendole di fatto compagne di camminata infinitamente superiori ai cani.

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L’ironia fino all’ultimo respiro.

A parte questi aneddoti, che possono rappresentare erroneamente puro gossip, in effetti sono parte empirica di una vita spesa per l’arte e nell’arte.

La fine della vita di Wilde fu tragica, segnata dal carcere e dalla povertà in esilio a Parigi. Eppure, nemmeno la miseria riuscì a spegnere la sua verve comica.

Mentre si trovava sul letto di morte in una squallida stanza d’albergo parigina, lo scrittore alzò lo sguardo verso le pareti della camera, decorate con una carta da parati decisamente dozzinale e dai colori orribili. Con le sue ultime forze, guardò il muro e sussurrò: “Questa carta da parati è atroce. Uno di noi due se ne deve andare”.

Oscar Wilde ci ha insegnato che l’ironia è lo scudo definitivo contro le miserie del mondo. Ha vissuto sfidando le convenzioni del bigotto moralismo vittoriano, con un sorriso beffardo, lasciandoci in eredità una lezione intramontabile: la vita è una cosa troppo importante per poterne parlare seriamente.

Nel panorama della letteratura tardo – vittoriana la figura di Wilde si presenta come la figura paradgmatica dell’esteta assoluto, del dandy raffinato che scelse di fare della sua vita la più compiuta delle opere d’arte.

Eppure ancora oggi, dopo un secolo e mezzo di distanza, la sua eredità intellettuale supera i confini del puro decorativismo per rivelarsi una delle più lucide e spietate critiche alla modernità e all’ipocrisia sociale.

Wilde non fu un solo un brillante dandy da salotto ma il filosofo del paradosso che pagò con la reclusione e l’esilio il coraggio della propria diversità, rivendicando l’autonomia dell’arte rispetto alla sfera etica, facendo del “Ritratto di Doria Grey” il proprio manifesto dell’Estetismo. Egli scriveva:

“Non ci sono libri morali o immorali, ma solo libri scritti bene o scritti male”.

Durante il suo processo nel 1895, in cui venne accusato di omosessualità, “gross pubblic indecency”, la frase più famosa durante il processo fu: “l’amore che non osa pronunciare il suo nome”.

Riferendosi al sentimento profondo e puro tra persone dello stesso sesso, la frase venne usata da Wilde per difendersi dalla accusa di oltraggio alla morale, imposto dal rigido codice comportamentale durante l’epoca vittoriana. Pur essendo sposato e padre di tre figli, aveva una relazione con il giovane lord Alfred Douglas.

Quella frase invera, se posta ad una attenta analisi interpretativa, un legame spirituale ed emotivo, che supera quello delle donne, simile a quello tra Davide e Gionata nella Bibbia.

“La ballata della prigione di Reading”, scritta durante la sua prigionia, fu un poema che ruota attorno alla alienazione del detenuto.

La ballata fu ultimata durante l’esilio a Parigi.

Poi Wilde si recò in Italia dove incontrò il suo amante Alfred. Insieme si recarono a Capri, uno tra i piu memorabili paradisi, insieme a Taormina, tra i luoghi rinomati per gli incontri con giovani, che cedevono volentieri alle “avance” della ricca e colta borghesia, che li abbordava durante i famosi tour, a volte, ivi, trattenendosi a lungo, divenendo seconde patrie.

Un altro grande poeta ebbe una sorte, in parte simile a quella di Wilde, di cui parlerò nel prossimo editoriale.

Fu quella del grande poeta e drammaturgo tedesco del XIX sec, il conte August von Platen, morto a Siracusa nel 1835 all’età di 39 anni. Anche lui trascorse un periodo a Capri, come Wilde.

La sorte lo portò da Ansbach, in Germania, a Siracusa, dove lo colse la morte.

Ma le vite sono portate dal vento e dal cuore. Si sa dove nascono e non dove morire.