RECENSIONI ED EVENTI
A cura di Maria Cristina Torrisi
Il palcoscenico del Teatro Regina Margherita di Caltanissetta ha ospitato ieri lo spettacolo teatrale “La vera storia del bandito Giuliano”.
L’evento ha visto protagonista il Centro Studi Artistici di Acireale che ha portato in scena l’opera scritta e diretta da Carmelo R. Cannavò con musiche inedite di Michele Romeo e coreografia di Rossella Madaudo.

L’opera ha voluto ripercorrere le vicende di Salvatore Giuliano, figura iconica della storia siciliana del dopoguerra.
Conosciuto come il “Re di Montelepre”, Giuliano fu protagonista assoluto del banditismo e dell’indipendentismo siciliano tra il 1945 e il 1950, legando per sempre il proprio nome (anche ingiustamente secondo la ricostruzione) a episodi drammatici come la strage di Portella della Ginestra del 1947.
La messa in scena ha offerto al pubblico nisseno un’occasione di riflessione su un capitolo complesso della storia dell’Isola, sospeso tra cronaca, mito popolare e l’intreccio di poteri oscuri che caratterizzarono quegli anni convulsi. ha registrato grandi consensi di pubblico, confermando l’importanza del teatro come spazio di narrazione civile e storica, capace di mantenere viva la memoria collettiva attraverso l’arte.
La vicenda è stata narrata dagli anni della giovane età sino a quelli dell’ ascesa e dell’ l’indipendentismo: Giuliano emerse come il leader dell’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia), cavalcando il malcontento sociale e le aspirazioni autonomiste dell’Isola in un momento di grande incertezza.. La sua morte, avvenuta nel 1950, secondo la ricostruzione proposta, non rimane avvolta nel mistero.


La sua storia rappresenta il prototipo del “bandito sociale” che si trasforma in strumento politico. Portare questo tema in teatro permette di analizzare le cosiddette “zone d’ombra” della storia italiana, dove il confine tra criminalità organizzata e gestione del potere diventa estremamente labile.
L’opera teatrale pone la figura di Giuliano come il simbolo di una Sicilia che, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, si sentiva abbandonata e sfruttata dal governo centrale di Roma. In quest’ottica, la sua figura non va letta attraverso la lente della delinquenza ma dell’ ideale di voler affermare l’identità e l’autonomia di un popolo.
La narrazione teatrale ha voluto riscattare la sua figura: egli rappresentò il “Robin Hood” siciliano che distribuiva ricchezze ai poveri e sfidava le forze dell’ordine per difendere l’onore della propria terra.

L’analisi storica più critica suggerisce che, anche se Giuliano avesse avuto iniziali motivazioni ideali, finì rapidamente per essere “usato” da forze più grandi di lui (mafia, poteri politici conservatori e separatisti estremisti), diventando una pedina in un gioco di potere che non riuscì più a controllare.
Uno degli aspetti più significativi emersi durante la rappresentazione è il legame tra la figura di Giuliano e la storia millenaria della Sicilia. Lo spettacolo ha evidenziato come la richiesta di autonomia, percorsa dal “bandito” di Montelepre, non fosse un’idea stravagante o estemporanea, ma il richiamo a una realtà storica radicata.
Prima dell’Unità d’Italia,a Sicilia infatti godeva di un’autonomia politica e amministrativa che, in molte fasi, risultava più avanzata e prospera rispetto a diverse regioni del Nord Italia.
La narrazione teatrale ha spostato quindi l’attenzione dal personaggio al sistema: Giuliano diventa, in questa chiave di lettura, il simbolo tragico di un popolo che, dopo l’Unità, ha percepito il nuovo Stato non come una “casa comune”, ma come un’entità estranea e spogliante. Il richiamo alla Sicilia pre-unitaria serve a contestualizzare il separatismo non come banditismo, ma come una reazione identitaria al “tradimento” di un’autonomia che era stata storicamente riconosciuta e che il nuovo ordinamento aveva declassato.


















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