LE ODI
A cura di Ludovico Anastasi

Avrei voluto invitarti agli albori dei cieli, laddove si rompono gli argini, per accoccolarti tra gli alberi su un’ amaca di seta sfuggente gli sguardi degli altri, di gente da poco, perché ero nato ribelle, perché non mi saziavo di altri frutti che non fossero te, perché stavo sugli arcobaleni rompendo le acque, perché di te ero fremente e stillavo colori vivaci come il rosso delle passioni, perché solo io avrei voluto vestirti delle perle più rare raccolte negli abissi dei secoli e i pensieri erano remoti nell’ immaginarti fervente nei balli, nelle danze ad occhi socchiusi e sbircianti le ombre dei miei nascondigli, per diradarle e svelare il nascosto dei miei segreti sognanti, matti e insaziati di ciò che tu sei, desiderio di sorgive incantate. Mi avevano tatuato le carni mentre ero ad un passo da te. Ora mi dici che i destini sono segnati dai designer degli dei. Io ti rispondo lasciali fare, avranno i loro colloqui, avranno i loro reami, ci saranno pure sorti diverse. C’è poco da giudicare, da sputare sentenze quando a ciarlare sono legulei dai volti senza vocali, mai innamorati, effetti tristi della penuria dell’ ovest. Tu, su quella barca a sette vele, avesti il potere d’acquisto sulle mie sette proposte. Avevo sette facce toste come le vite dei gatti. Ai tuoi sette no, avrei dovuto evitare gli accostamenti così da non scherzare coi tuoi mici randagi. Ora torniamo agli albori dei tempi, perché lì ci eravamo lasciati, ancora non nati, quando ancora dovevo inventarti.
17 Aprile 2026


















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